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giovedì 17 gennaio 2019

17 Gennaio: Festa di Sant'Antonio Abate.

In molti luoghi la festa di S. Antonio Abate è ancora molto sentita, e la fede che i contadini hanno sempre avuto per questo Santo è davvero singolare, tanto che – dice il Tonelli – un tempo durante il Rosario della sera non mancava mai “ E’ patèr ma Sant’Antòni dal bes-ci” ( La preghiera a Sant'Antonio delle bestie), che finiva per diventare il Santo numero uno della famiglia contadina.

Sant’Antonio è il protettore della stalla e degli animali e il suo animale per eccellenza è il maiale, un tempo importantissimo nell’economia e nell’alimentazione della Padania e dell’italia settentrionale.

Nel giorno della festa di Sant’Antonio il prete passava a benedire stalle e animali ,o gli animali stessi erano condotti sui sagrati delle chiese per ricevere la benedizione e i pani benedetti.

domenica 30 luglio 2017

La coltivazione della canapa


La coltivazione della canapa è stata molto importante fino alla metà del secolo scorso, ed è bene saperne un po' di più.

La Cannabis (Linnaeus, 1753) o canapa è un genere di piante angiosperme della famiglia delle Cannabaceae.

mercoledì 21 giugno 2017

La mietitura e la trebbiatura


"A ghè la machina a la Casassa!" Ecco il passa parola che si trasmettevano i ragazzini del vicinato in una bella e calda mattina d'inizio estate di circa mezzo secolo fa. L'attrazione era tale che piccoli e grandi accorrevano.

LA TREBBIATURA di Dana Carmignani



Il sole ci cuoceva il cervello. Eppure stavamo lì scalzi e impolverati, ad aspettare ansiosi "la macchina che batte".

La trebbiatrice così veniva chiamata, arrivava trainata da un grosso trattore; aveva due corpi, uno per "battere" il grano e uno collegato al primo, ma indipendente, per pressare la paglia.

lunedì 19 giugno 2017

LA FERRATURA


L'adomesticazione del cavallo risale probabilmente attorno al 4000 a.C., ma per molti secoli questo animale è stato utilizzato senza protezione ai piedi. Lo stesso cosiddetto ipposandalo romano, una specie di “scarpa” di lamiera applicata agli zoccoli e fermata con apposite legature era piuttosto una protezione, o un dispositivo correttivo, che permetteva all’animale solo di andare “al passo” e per tragitti brevi.

lunedì 6 marzo 2017

C'ERA UN GIORNO


C'era un giorno in cui la luna a metà brillava con tutto il suo corpo sui tetti del borgo. C'era un giorno in cui le stelle sceglievano un bocciolo da far crescere nei prati. C'era un giorno in cui le donne piantavano viole e begonie nei vasi al tramonto e li ponevano in balcone.

martedì 28 febbraio 2017

La casa di campagna


Ogni zona del nostro paese ha una sua architettura edilizia particolare, dettata da esigenze precise, esigenze di lavoro e di abitazione ...

La casa di tipo cesenate - riminese di una volta era così: 

lunedì 20 febbraio 2017

"Poesia della montagna" Di Aldo Moresi di Bellinzona


La montagna ha sempre costituito per me una passione particolare, un motivo di evasione dal solito ritmo della vita quotidiana. L'amore per la natura, per le cose semplici, l'ho ereditato dalla mia gente contadina. Nato in un piccolo villaggio dell'alta Valcolla, da ragazzo nei periodi estivi mi recavo sulla montagna con altri coetanei a custodire le mucche. Ricordo con nostalgia quei periodi giovanili quando bastava poco per essere contento.

sabato 21 gennaio 2017

Il postino di campagna...


... era un duro lavoro, una volta, fare il postino nei luoghi di campagna, spesso zone molto estese, raramente abitate con case lontane le une dalle altre, con strade sterrate, sassose, cani all'erta che li rincorrevano...però il postino diventava un punto di riferimento, spesso leggeva le lettere a chi non lo sapeva fare, scriveva indirizzi, imbucava la posta per chi stava lontano dal paese e sapeva di lettere attese, di notizie tristi e allegre ... 

La voce del Serchio

sabato 14 gennaio 2017

Il camino nelle abitazioni di montagna


Il fuoco di casa, cioè il sistema di far fuoco per cucinare e per riscaldare le antiche cascine di montagna è rimasto inalterato per secoli.

Il focolare aperto lo si ritrova tutt’ora in molti ricoveri d’alpeggio; il fumo, stratificato nell’alto del locale, sfiata dagli interstizi del tetto o da feritoie ricavate nell’alto dei muri.

martedì 10 gennaio 2017

Case in pietra…povere case in sasso.

Dal web “rustici che passione”


Trattare le povere case mezze distrutte, sparse per i monti, da tanto tempo non utilizzate, come un “bene culturale” è una conquista.

Una conquista recente poiché fino a pochi anni fa, per “bene culturale”, per bene da conservare e proteggere, da restaurare, si è inteso solamente il “monumento” come la Chiesa, il palazzo del nobile e il castello, cioè le cose vistose, che apparivano di lusso.

Le case di pietra e sasso...


Case di pietra e di sasso non se ne fanno più, ma ancora se ne vedono nell'appennino di mezza montagna e nella campagna della Valmarecchia...

Queste abitazioni rurali, in molti casi erano frutto di un'“architettura” popolare spontanea, fatta da abili muratori con materiali del posto:

sabato 7 gennaio 2017

IL CONTADINO



Il mestiere di coltivare la terra è uno dei più antichi del mondo ed ha costituito il secondo stadio culturale della storia dell’umanità, cioè il passaggio da una cultura di cacciatori-raccoglitori di frutti spontanei a quella di coltivatori-allevatori.

lunedì 2 gennaio 2017

Gennaio nei proverbi


Gennaio è ricordato spesso come il mese più freddo, gelido addirittura, dell’anno.

... nella sua concisione ci ricorda che è mese in cui sovente nevica, anche se oggi molto meno di un tempo, e la neve era sempre auspicata ,perché "se nevica in gennaio si riempie il granaio".

Se gennaio invece si presenta bello e asciutto, allora il proverbio ci avvisa che “Guardati da un buon gennaio, che ti farà piangere febbraio”, e anche "Polvere in gennaio la primavera andrà male".

In gennaio in campagna si fanno pochi lavori, uno dei quali è la potatura delle viti, lavoro consigliabile in luna calante, da non rinviare, perchè, come dice il proverbio “ Luna dei grappoli a gennaio, luna dei racimoli a febbraio”.

Anche per le galline gennaio è un mese favorevole, infatti adesso ricominciano a fare le uova dopo il periodo della muta e:

"Par l’an nòv, tott al galòini al fa l’òv”, e anche "Gennaio ovaio" o “Non c’è gallina ne’ gallinaccia, che di gennaio l’uovo non faccia”.

I santi del calendario tracciano il percorso del gelo di gennaio con vari detti e proverbi : “Per San Bas-cèn, e’ trema la couda enca me chèn” ("per San Sebastiano, trema la coda anche al cane) e una volta i contadini si consolavano e auspicavano la fine del freddo dicendo: 

"Il barbato, il frecciato, il mitrato, il freddo se ne è andato”. 

Il barbato è sant’Antonio, il 17; 

il frecciato san Sebastiano il 20, 

e il mitrato San Biagio, ricordato il 3 febbraio,che, nelle speranze di tutti,doveva portare verso un tempo più clemente, speranze spesso disilluse da un altro proverbio che diceva: 

"A San Vincenzo "28 gennaio", l’inverno mette i denti”.

Ma questo proverbio veniva contraddetto da quello della conversione di San Paolo, il 25 gennaio, perché:

"Par San Pèval, e’ giaz l’è a ca de gèval”.(per San Paolo, il ghiaccio è a casa del diavolo, cioè ha ormai allentato la sua morsa).

Il giorno di San Paolo una volta era considerato giorno di presagio per pronosticare il tempo, non solo in senso meteorologico, ma anche più in generale.

San Paolo “dei segni”, nel sapere popolare, aveva molti seguaci, e si diceva che: 

"Se spira il vento o cè nebbia nella notte della conversione di San Paolo è segno di cattive nuove e di malattie, anche nelle bestie, mentre se il tempo è buono è segno di abbondanza e prosperità”.

I contadini ,perciò,avevano molta fiducia in San Paolo “dei segni”, come del resto ci ricorda il proverbio: 

"No badè a calèndar e calandròn, ma guardè che e’ dè ad San Peval e’ sia bòn”.

domenica 25 dicembre 2016

IL DONO DI STAR BENE INSIEME di Dana Carmignani


Mi pigliava sempre un po' di malinconia in questo periodo.

La campagna era spoglia, fredde le case, il gelo imperversava. 

Solo il fuoco illuminava ambienti e cuori. Ci si stava tutti rannicchiati intorno, come fosse un'entità con un'anima propria.. e difatti era così, il fuoco danzava una danza speciale che faceva del periodo, nonostante il poco calore intorno , quello più bello dell'anno, perchè l'attesa della nascita del “Creatore”, come diceva nonna, era per tutti la vita stessa, che come ogni anno si rinnovava.

La bellezza in quelle case, le nostre case spoglie con le sedie di paglia spesso sgangherate, non c'era, ma quanta ce n'era in quegli occhi di vecchi che sonnecchiavano davanti alle fiamme e si perdevano in chissà quali pensieri.. o almeno io ce la vedevo.

Vedevo i giovani che erano stati, vedevo luccichii di amori persi in periodi antichi, che forse in quei particolari momenti, tornavano fuori attraverso le fiamme e la concentrazione che il periodo stesso portava.. chissà se anche loro avevano quell'emozione che provavo io, quella malinconia, ma dolce quasi consolatoria, che mi invadeva tutta e mi faceva battere il cuore nel pensiero di che.. non lo sapevo.. di quel mistero più grande di me, che non capivo bene, ma si fermava nel presepe che in quei giorni avrei allestito, si rifletteva negli specchi del salotto in forma di albero addobbato, pieno di luci e palle colorate... si bloccava sulle cartoline coi brillantini che mi portava il postino.

Solo avevo io, da bambina, questi surrogati d'amore, che tanto mi servivano per ampliare le emozioni che invece erano, quelle si, grandi e immense.

In tutte queste piccolezze, ributtavo il mio sentire, e mi perdevo per ore ad osservare tutti i miei manufatti, perchè anche allora, anche da bambina , mi preparavo il Natale da sola.. me lo preparavo e poi lo aspettavo ansiosa, anche se da aspettare in realtà non avevo niente.. difficilmente arrivavano regali, difficilmente arrivavano i miei.. io e nonna eravamo a Natale, spesso sole come tutto il resto dell'anno, ma .. ma con emozioni che avrebbero riempito il carico delle renne natalizie più di qualsiasi dono.

Avevamo, me e lei, il dono dello star bene insieme, che è un bene prezioso, perchè difficilissimo da trovare. 

Questo dono è il più grande che esista e mi ha riempito l'esistenza dalle tante mancanze che ho avuto, più di quello che mai avrei immaginato.

E' ciò che mi porto dietro da sempre , che mi ha salvato dalle avversità , che ha lenito i momenti dolorosi e strazianti che l'esistenza comporta. 

Una pienezza d'amore che nemmeno sapevo di avere, e che dicembre, come sempre mi ripropone e mi fa sentire, nonostante il gelo. 

Un calore spesso, denso, ricco anche di malinconia, ma vivibilissima perchè piena di vita.

Il pranzo di Natale


Anche le famiglie più povere cercavano, per Natale, per quanto possibile, di rimediare un buon pranzo, un ceppo per il camino e qualche dolce per i bambini di casa.

I giorni precedenti il Natale nelle famiglie si faceva un po’ di ordine in casa, si cambiavano le lenzuola, uomini e bambini si tagliavano i capelli , (lavoro che di solito faceva una donna della famiglia (da noi la mia nonna) e si facevano le pulizie personali. 

Molti, soprattutto gli anziani, facevano il bagno solo per Natale e per Pasqua, ma anche gli altri di casa non è che lo facessero molto più spesso, soprattutto l’inverno.

Scaldavano l’acqua nel paiolo sul fuoco del camino e la trasportavano nella mastella del bucato nella stalla: 

si lavavano lì, visto che era il luogo più caldo della casa, e spesso più di uno nella stessa acqua.

Il pranzo di Natale, nella campagna di una volta, era spesso abbastanza modesto: 

consisteva il gallina in brodo e tagliolini, ma anche cappone per chi poteva permetterselo con cappelletti o pasta " lorda"... Almeno il pane doveva essere abbondante e solitamente non mancava la classica ciambella, il dolce tradizionale delle Feste. 

Il pomeriggio e la sera si passava in compagnia di amici e parenti a giocare a carte o a mangiare brustolini, ed era festa grande se c’erano cantarelle dolci o castagne arrosto con un bicchiere di vino, o meglio vin brulè, che scaldava e faceva allegria.

Già la cena della sera rientrava nella normalità di tutti i giorni , le donne non lasciavano per molto la rocca e filavano anche quel giorno fino a tardi, perché come dice un proverbio: “ Chi di Nadel non fila, di Carnevèl suspira” , cioè chi ha tempo, non aspetti tempo, festa o non festa che sia.

domenica 18 dicembre 2016

IL MATRIMONIO DEL FIGLIO DEL CONTADINO POLDO di Fiorenzo Barzanti


Lo spettacolo era niente male. Sapete chi era l’architetto che aveva progettato il tutto? Proprio il contadino Poldo. Dunque, sotto il grande portico della casa era stato allestito un palco a gradini fatto con cassette di legna della frutta. Sopra era stato messo un lenzuolo bianco. Partendo da sinistra era esposto un bellissimo servizio di piatti da 12 bianchissimi. C’ero quelli piani, quelli ‘’covi’’e i piattini per il dolce. Sopra c’era un biglietto grande con la scritta ‘’auguri agli sposi da zia Adele’’. C’era poi una bellissima scatola di colore blu aperta a metà. All’interno era rivestita di velluto rosso ed era divisa in scomparti: 12 cucchiai color acciaio, 12 forchette, 12 coltellini, 12 cucchiaini. Sopra un biglietto con la scritta ‘’famiglia Zonzini’’. Era poi la volta di una confezione di coltelli di varia misura con l’aggiunta di un cavatappi. Era il regalo delle sorelle Alda e Concetta. E che dire del bel servizio da caffè? 6 tazzine, 6 piattini, 6 cucchiaini, la zuccheriera e la teiera con la scritta ‘’un amico che vi vuole bene’’. Ed ancora un altro servizio di piatti da 6 colorati e con disegni di selvaggina. E che dire di quella grande busta con scritto: lire 20.000 dallo zio Filippo? Bisbigliò la Gigliola ad un’amica: ‘’ u sé sfurzè cun tot chi baioc cla’’ (si sarà sforzato con tutti i soldi che ha). Nella seconda gradinata c’era una bellissima scatola da corredo aperta. Faceva bella mostra una camicia da notte bianca con gli orli di pizzo rosa e la scritta ‘’le amiche Rossella e Linda’’. Poi un lenzuolo ricamato bellissimo. Un’altra busta con i soldi, una ‘’cucuma’’ del caffè, un macinino per il pepe, una confezione di bicchieri da 6. E tanti altri regali. Gli invitati vestiti a festa guardavano, si soffermavano e si complimentavano. Come avrete capito era arrivato il grande giorno del matrimonio del figlio del contadino Poldo. Voglio riassumervi alcune usanze che si osservavano per i matrimoni. Di norma la sposa andava ad abitare a casa del marito. Nella fatidica giornata venivano messi in bella mostra i regali ricevuti dai due sposi. La visione era fatta di mattino verso le 9 prima della funzione delle 11. Per l’occasione veniva fatto un rinfresco abbondante, chiamiamolo colazione. Babbi il fornaio che aveva il forno a Diolaguardia e che portava il pane ai contadini, aveva lavorato tutto il sabato notte. La mattina di quella domenica era arrivato nell’aia di Poldo con il suo furgoncino. C’erano molti filoni ciambella ancora calda guarniti con chicchi di zucchero colorato. Una montagna di bracciateli, biscotti da forno normali e in parte anche color cioccolata. Tutto quel ben di dio era stato esposto su un grande tavolo nell’altra parte del portico insieme a bottiglie di sangiovese e albana dolce. C’erano pure due bottiglie di marsala, una di vermut, due di Zabov, una di Ferrochinabisleri, una di nocino fatto in casa, tre vasetti di ciliegie sotto spirito. Gli invitati guardavano i regali, mangiavano la ciambella e salivano la scala ripida per visitare la stanza degli sposi. Anche questo faceva parte della tradizione. Il letto era perfetto e le lenzuola ricamate donate dalla zia Norina erano splendide. In mezzo al letto c’era una bellissima bambola. Ai piedi del letto un tappetino fatto all’uncinetto, dono della zia suora missionaria in Africa. Disse il contadino ‘’Bin ad Varen ’’ a què stanota us civa’’ (non traduco perché la frase è volgare ma molto in uso a quel tempo). La moglie stizzita lo richiamò all’ordine e disse a voce alta: ‘’sta zet brot spurcacion tam fe sempra vargugnè’’ (stai zitto brutto sporcaccione, mi fai sempre vergognare) e lo tirò fuori dalla stanza. Una parola sugli invitati. Quelli convenuti sin dal mattino erano quelli speciali, parenti stretti e amici particolari. Loro si sentivano i privilegiati rispetto agli altri che si sarebbero aggiunti nella funzione delle 11. Erano tutti vestiti a festa e freschi di barbiere o parrucchiera. La parrucchiera (barbira) era una brava ragazza del paese che andava a bottega in città per imparare il mestiere. Non era pagata e quindi raggranellava qualche soldo ‘’facendo’’ i capelli alle donne del paese. Suggeriva le pettinature giuste ed evitava che ce ne fossero due uguali. Solo la Celeste aveva preteso il suo solito ‘’concio’’ a strati ed altissimo che più che un albero di natale sembrava un pagliaio. Le pettegole bisbigliavano ‘’ la camena dreta sinò la s’arborta’’ (deve camminare dritta altrimenti si sbilancia e cade per terra). Comunque, chi intratteneva gli invitati era Poldo che era un perfetto padrone di casa. Tutti gli facevano i complimenti per l’orologio nuovo e gli chiedevano se per caso i giorni prima fosse caduto. Infatti il brav’uomo zoppicava vistosamente. La colpa era delle scarpe troppo strette che la moglie Maria gli aveva fatto comprare e che gli facevano provare le pene dell’inferno. Lui rispondeva serafico: ‘’Sa ciap Pirro ai tir e coll’’ (se prendo Pirro, il titolare della bancarella delle scarpe, gli tiro il collo). Ma vi chiederete, e gli sposi? Dove sono finiti? E’ ora di parlarne. Siamo alla fine degli anni 50 e ci troviamo a San Tommaso bel paesino sulle colline romagnole di Cesena ed abitato da famiglie contadine. La mia era una di quelle ed io ero un bambinetto al quale sono rimasti impressi alcuni ricordi. Francesco, unico figlio del contadino Poldo e della moglie Maria, era un ragazzone di circa 20 anni. Era sempre solare e sorridente. Mentre lavorava nei campi fischiettava, anche di lunedì mattina quando i giovani di solito portavano il muso lungo. Il vicino da casa era il contadino soprannominato Pacion che aveva un fratello che abitava nella ‘’pianura’’ di Ravenna, anche lui contadino. Il fratello aveva una figlia di circa 18 anni che studiava da ragioniera e che tutti gli anni passava due mesi in estate dallo zio in collina. Si chiamava Marina ed era una bellissima ragazza bionda con una carnagione bianchissima. Le donne del paese dicevano: ‘’la iè fanina e l’ha ià una bela carnason, us veid cla ven da la pianura’’ (E’ molto fine ed ha una bella carnagione, si vede che viene dalla pianura). La ragazza era allegra ed aveva fatto amicizia con le altre ragazze del paese. Inutile dire che aveva moli spasimanti e corteggiatori. Marina e Francesco si conoscevano da anni ed improvvisamente scoppiò un amore furioso e senza limiti come a volte fortunatamente accade. Non vedevano le difficoltà, uno contadino e l’altra quasi ragioniera, uno in collina e l’altra nella lontana pianure. Con grande gioia e spensieratezza annunciarono ai genitori l’evento ed anche il fatto che lei era incinta. Tutti gli altri spasimanti rimasero con un palmo di naso e furono comunque invitati al matrimonio perché erano tutti amici. Quella domenica la chiesa era piena come un uovo. Molti parenti arrivarono da Ravenna e scherzavano con i parenti locali per il dialetto lievemente diverso. Per esempio nelle colline cesenati ‘’bambino’’ si dice ‘’burdèl’’, a Ravenna si dice ‘’tabac’’. Poldo era molto emozionato mentre accompagnava il figlio all’altare e per colpa delle scarpe strette zoppicava vistosamente. Il babbo della sposa ‘’si stimava’’ ad accompagnare la bella ragazza all’altare soprattutto perché era molto allegra e sprizzava simpatia da tutti i pori. Il prete che era un pochino ‘’incarognito’’ perché una famiglia era repubblicana e l’altra comunista e perché la ragazza era incinta, dovette fare buon viso a cattivo gioco perché la zia suora missionaria in Africa aveva inviato una bellissima lettera di auguri che fu letta in chiesa. Fu concesso al fisarmonicista Armandin di intonare ‘’la marcia nuziale’’. Per la verità il buon uomo era un contadino che aveva ereditato la fisarmonica dal nonno e faceva quel che poteva. Era un autodidatta ed andava ad orecchio con risultati spesso deludenti. Comunque si sbizzarrì abbondantemente durante il pranzo nuziale e nel pomeriggio sull’aia. Non vi annoio oltre se non per ricordarvi il taglio della cravatta. Era usanza, a fine pranzo, togliere la cravatta allo sposo e tagliarla in molti pezzettini che venivano adagiati su un piatto. Un parente passava con il piatto in mezzo agli invitati che in cambio di un pezzetto allungavano qualche moneta. Il contadino Pio era famoso per essere un gran tirchio e la gente diceva: ‘’par un scud e vendareb la su ma’’ (per 5 lire venderebbe sua mamma). Bene, Pio appena vide che stava passando il piatto disse che era stato assalito da un improvviso mal di pancia e si allontanò. Il caso volle che al suo rientro il fisarmonicista Fernandin si avvicinasse con un pezzetto di cravatta e gli dicesse ‘’tpanseva ad vela scapeda’’ (pensavi di averla fatta franca). Il brav’uomo dovette sganciare 100 lire. Termino dicendovi come andò a finire la storia. La Maria che era la suocera trattava i due sposi come due figli ma la situazione non poteva durare. Una ragazza ragioniera relegata in campagna a non fare niente ed il ragazzo che soffriva per quella situazione. Alla fine accadde che Francesco trovò lavoro come facchino al mercato ortofrutticolo di Cesena, la ragazza grazie alla raccomandazione del vescovo trovò lavoro presso una banca di Cesena. Andarono ad abitare in Città in un appartamento preso in affitto. Furono i primi segnali dell’evoluzione della vita contadina, l’abbandono della coltivazione della terra per i nuovi mestieri.

sabato 19 novembre 2016

Casa di campagna - Arturo Onofri



Sei sola, sperduta
tra bosco e campagna:

il fumo t'annera,
la pioggia ti bagna.
Sei fatta di sassi,
sei calda di fuochi,
sei colma di grano,
di bimbi, di giochi ...


venerdì 29 luglio 2016

Fine Luglio,è tempo di preparare la salsa di pomodori.


Fine Luglio,è tempo di preparare la salsa di pomodori.

La salsa al modo antico, quando non c'erano barattoli e bottiglie di vetro:

I pomodori si tagliavano a pezzi , si salavano e si mettevano a cuocere in un grande mastello (spesso era quello del bucato), facendoli bollire piano, poi si toglievano dal fuoco e si lasciavano macerare per tutta la notte.

Il giorno dopo si scolava l'acqua, si passavano al setaccio e la polpa si stendeva su delle assi, al sole, ad asciugare per bene.

Oppure si metteva in sacchetti di tela e questi su un'asse inclinata con sopra dei mattoni per farne uscire tutta l'acqua.

La salsa doveva diventare soda e asciutta, compatta, e si conservava poi in piccoli recipienti di terracotta smaltata, o, a volte anche in cartocci fatti con foglie di granturco ben pulite, e appesi al fresco,nella dispensa.

La coltivazione della canapa.-


La coltivazione della canapa è stata molto importante fino alla metà del secolo scorso, ed è bene saperne un po' di più.

La fibra della canapa è una fibra tessile ottenuta dal floema o libro dei fusti delle piante di Cannabis sativa.

Prima dell'avvento del proibizionismo della cannabis essa era diffusa nel mondo come materia prima per la produzione di carta, essendo una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata. Le sue fibre inoltre hanno costituito per migliaia di anni importanti grezzi per la produzione di tessili e corde. Oggi sono coltivabili legalmente per usi tessili varietà selezionate di cannabis libere da principi psicoattivi.