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domenica 5 marzo 2017

mercoledì 28 dicembre 2016

Di tutto un po' #449

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

R. M. Rilke

domenica 18 dicembre 2016

IL MATRIMONIO DEL FIGLIO DEL CONTADINO POLDO di Fiorenzo Barzanti


Lo spettacolo era niente male. Sapete chi era l’architetto che aveva progettato il tutto? Proprio il contadino Poldo. Dunque, sotto il grande portico della casa era stato allestito un palco a gradini fatto con cassette di legna della frutta. Sopra era stato messo un lenzuolo bianco. Partendo da sinistra era esposto un bellissimo servizio di piatti da 12 bianchissimi. C’ero quelli piani, quelli ‘’covi’’e i piattini per il dolce. Sopra c’era un biglietto grande con la scritta ‘’auguri agli sposi da zia Adele’’. C’era poi una bellissima scatola di colore blu aperta a metà. All’interno era rivestita di velluto rosso ed era divisa in scomparti: 12 cucchiai color acciaio, 12 forchette, 12 coltellini, 12 cucchiaini. Sopra un biglietto con la scritta ‘’famiglia Zonzini’’. Era poi la volta di una confezione di coltelli di varia misura con l’aggiunta di un cavatappi. Era il regalo delle sorelle Alda e Concetta. E che dire del bel servizio da caffè? 6 tazzine, 6 piattini, 6 cucchiaini, la zuccheriera e la teiera con la scritta ‘’un amico che vi vuole bene’’. Ed ancora un altro servizio di piatti da 6 colorati e con disegni di selvaggina. E che dire di quella grande busta con scritto: lire 20.000 dallo zio Filippo? Bisbigliò la Gigliola ad un’amica: ‘’ u sé sfurzè cun tot chi baioc cla’’ (si sarà sforzato con tutti i soldi che ha). Nella seconda gradinata c’era una bellissima scatola da corredo aperta. Faceva bella mostra una camicia da notte bianca con gli orli di pizzo rosa e la scritta ‘’le amiche Rossella e Linda’’. Poi un lenzuolo ricamato bellissimo. Un’altra busta con i soldi, una ‘’cucuma’’ del caffè, un macinino per il pepe, una confezione di bicchieri da 6. E tanti altri regali. Gli invitati vestiti a festa guardavano, si soffermavano e si complimentavano. Come avrete capito era arrivato il grande giorno del matrimonio del figlio del contadino Poldo. Voglio riassumervi alcune usanze che si osservavano per i matrimoni. Di norma la sposa andava ad abitare a casa del marito. Nella fatidica giornata venivano messi in bella mostra i regali ricevuti dai due sposi. La visione era fatta di mattino verso le 9 prima della funzione delle 11. Per l’occasione veniva fatto un rinfresco abbondante, chiamiamolo colazione. Babbi il fornaio che aveva il forno a Diolaguardia e che portava il pane ai contadini, aveva lavorato tutto il sabato notte. La mattina di quella domenica era arrivato nell’aia di Poldo con il suo furgoncino. C’erano molti filoni ciambella ancora calda guarniti con chicchi di zucchero colorato. Una montagna di bracciateli, biscotti da forno normali e in parte anche color cioccolata. Tutto quel ben di dio era stato esposto su un grande tavolo nell’altra parte del portico insieme a bottiglie di sangiovese e albana dolce. C’erano pure due bottiglie di marsala, una di vermut, due di Zabov, una di Ferrochinabisleri, una di nocino fatto in casa, tre vasetti di ciliegie sotto spirito. Gli invitati guardavano i regali, mangiavano la ciambella e salivano la scala ripida per visitare la stanza degli sposi. Anche questo faceva parte della tradizione. Il letto era perfetto e le lenzuola ricamate donate dalla zia Norina erano splendide. In mezzo al letto c’era una bellissima bambola. Ai piedi del letto un tappetino fatto all’uncinetto, dono della zia suora missionaria in Africa. Disse il contadino ‘’Bin ad Varen ’’ a què stanota us civa’’ (non traduco perché la frase è volgare ma molto in uso a quel tempo). La moglie stizzita lo richiamò all’ordine e disse a voce alta: ‘’sta zet brot spurcacion tam fe sempra vargugnè’’ (stai zitto brutto sporcaccione, mi fai sempre vergognare) e lo tirò fuori dalla stanza. Una parola sugli invitati. Quelli convenuti sin dal mattino erano quelli speciali, parenti stretti e amici particolari. Loro si sentivano i privilegiati rispetto agli altri che si sarebbero aggiunti nella funzione delle 11. Erano tutti vestiti a festa e freschi di barbiere o parrucchiera. La parrucchiera (barbira) era una brava ragazza del paese che andava a bottega in città per imparare il mestiere. Non era pagata e quindi raggranellava qualche soldo ‘’facendo’’ i capelli alle donne del paese. Suggeriva le pettinature giuste ed evitava che ce ne fossero due uguali. Solo la Celeste aveva preteso il suo solito ‘’concio’’ a strati ed altissimo che più che un albero di natale sembrava un pagliaio. Le pettegole bisbigliavano ‘’ la camena dreta sinò la s’arborta’’ (deve camminare dritta altrimenti si sbilancia e cade per terra). Comunque, chi intratteneva gli invitati era Poldo che era un perfetto padrone di casa. Tutti gli facevano i complimenti per l’orologio nuovo e gli chiedevano se per caso i giorni prima fosse caduto. Infatti il brav’uomo zoppicava vistosamente. La colpa era delle scarpe troppo strette che la moglie Maria gli aveva fatto comprare e che gli facevano provare le pene dell’inferno. Lui rispondeva serafico: ‘’Sa ciap Pirro ai tir e coll’’ (se prendo Pirro, il titolare della bancarella delle scarpe, gli tiro il collo). Ma vi chiederete, e gli sposi? Dove sono finiti? E’ ora di parlarne. Siamo alla fine degli anni 50 e ci troviamo a San Tommaso bel paesino sulle colline romagnole di Cesena ed abitato da famiglie contadine. La mia era una di quelle ed io ero un bambinetto al quale sono rimasti impressi alcuni ricordi. Francesco, unico figlio del contadino Poldo e della moglie Maria, era un ragazzone di circa 20 anni. Era sempre solare e sorridente. Mentre lavorava nei campi fischiettava, anche di lunedì mattina quando i giovani di solito portavano il muso lungo. Il vicino da casa era il contadino soprannominato Pacion che aveva un fratello che abitava nella ‘’pianura’’ di Ravenna, anche lui contadino. Il fratello aveva una figlia di circa 18 anni che studiava da ragioniera e che tutti gli anni passava due mesi in estate dallo zio in collina. Si chiamava Marina ed era una bellissima ragazza bionda con una carnagione bianchissima. Le donne del paese dicevano: ‘’la iè fanina e l’ha ià una bela carnason, us veid cla ven da la pianura’’ (E’ molto fine ed ha una bella carnagione, si vede che viene dalla pianura). La ragazza era allegra ed aveva fatto amicizia con le altre ragazze del paese. Inutile dire che aveva moli spasimanti e corteggiatori. Marina e Francesco si conoscevano da anni ed improvvisamente scoppiò un amore furioso e senza limiti come a volte fortunatamente accade. Non vedevano le difficoltà, uno contadino e l’altra quasi ragioniera, uno in collina e l’altra nella lontana pianure. Con grande gioia e spensieratezza annunciarono ai genitori l’evento ed anche il fatto che lei era incinta. Tutti gli altri spasimanti rimasero con un palmo di naso e furono comunque invitati al matrimonio perché erano tutti amici. Quella domenica la chiesa era piena come un uovo. Molti parenti arrivarono da Ravenna e scherzavano con i parenti locali per il dialetto lievemente diverso. Per esempio nelle colline cesenati ‘’bambino’’ si dice ‘’burdèl’’, a Ravenna si dice ‘’tabac’’. Poldo era molto emozionato mentre accompagnava il figlio all’altare e per colpa delle scarpe strette zoppicava vistosamente. Il babbo della sposa ‘’si stimava’’ ad accompagnare la bella ragazza all’altare soprattutto perché era molto allegra e sprizzava simpatia da tutti i pori. Il prete che era un pochino ‘’incarognito’’ perché una famiglia era repubblicana e l’altra comunista e perché la ragazza era incinta, dovette fare buon viso a cattivo gioco perché la zia suora missionaria in Africa aveva inviato una bellissima lettera di auguri che fu letta in chiesa. Fu concesso al fisarmonicista Armandin di intonare ‘’la marcia nuziale’’. Per la verità il buon uomo era un contadino che aveva ereditato la fisarmonica dal nonno e faceva quel che poteva. Era un autodidatta ed andava ad orecchio con risultati spesso deludenti. Comunque si sbizzarrì abbondantemente durante il pranzo nuziale e nel pomeriggio sull’aia. Non vi annoio oltre se non per ricordarvi il taglio della cravatta. Era usanza, a fine pranzo, togliere la cravatta allo sposo e tagliarla in molti pezzettini che venivano adagiati su un piatto. Un parente passava con il piatto in mezzo agli invitati che in cambio di un pezzetto allungavano qualche moneta. Il contadino Pio era famoso per essere un gran tirchio e la gente diceva: ‘’par un scud e vendareb la su ma’’ (per 5 lire venderebbe sua mamma). Bene, Pio appena vide che stava passando il piatto disse che era stato assalito da un improvviso mal di pancia e si allontanò. Il caso volle che al suo rientro il fisarmonicista Fernandin si avvicinasse con un pezzetto di cravatta e gli dicesse ‘’tpanseva ad vela scapeda’’ (pensavi di averla fatta franca). Il brav’uomo dovette sganciare 100 lire. Termino dicendovi come andò a finire la storia. La Maria che era la suocera trattava i due sposi come due figli ma la situazione non poteva durare. Una ragazza ragioniera relegata in campagna a non fare niente ed il ragazzo che soffriva per quella situazione. Alla fine accadde che Francesco trovò lavoro come facchino al mercato ortofrutticolo di Cesena, la ragazza grazie alla raccomandazione del vescovo trovò lavoro presso una banca di Cesena. Andarono ad abitare in Città in un appartamento preso in affitto. Furono i primi segnali dell’evoluzione della vita contadina, l’abbandono della coltivazione della terra per i nuovi mestieri.

martedì 13 dicembre 2016

PER IL MATRIMONIO CI SIAMO QUASI di Fiorenzo Barzanti


Nove orologi da uomo erano adagiati in tutto il loro splendore sul panno di velluto rosso. C’era quello color oro, quello color argento e quello color acciaio. Uno era impermeabile. Uno era rotondo, uno era quadrato. Quello che aveva i numeri romani bianchi su sfondo nero e quello che li aveva neri su sfondo bianco. Uno aveva il cinturino di finto coccodrillo di un marrone lucente. Poi il cinturino di finta pelle nera ed ancora quello con le maglie di finto acciaio. L’orologiaio decantava i pregi di ognuno e giurava sulla loro durata eterna. La coppia dei clienti guardava ed ascoltava con grande attenzione, o meglio mentre l’uomo era estasiato e credulone la donna era diffidente, faceva mille domande e voleva sapere i prezzi. In realtà l’orologiaio che era un commerciante nato stentava a dichiarare il prezzo, lo avrebbe fatto solo quando il cliente si fosse innamorato in modo definitivo dell’oggetto scelto. Orbene, quella coppia di clienti erano il contadino Poldo e la moglie Maria. Qualcuno ricorderà questa simpatica coppia. Il loro giovane figlio si sarebbe sposato a breve perché la ragazza che frequentava era rimasta incinta. Per l’occasione la Maria aveva obbligato il marito ad acquistare un paio di scarpe nuove presso la bancarella in piazza del Popolo a Cesena ‘’da Pirro’’. L’uomo aveva accettato controvoglia ed era terrorizzato dal giorno del matrimonio del figlio perché avrebbe dovuto indossarle ma piccole e strette com’erano gli avrebbero fatto soffrire le pene dell’inferno. Ma non era finita, la moglie si era messa in testa di acquistare per il marito anche un orologio per fare bella figura. Poldo non ne aveva mai posseduto uno. Ma in fondo a cosa serviva l’orologio in campagna? Quasi nessuno lo possedeva. Il canto di un gallo e quello degli altri che rispondevano in lontananza dalle case dei contadini annunciava il sorgere del sole. Come se non bastasse, era l’urlo stridulo dei maiali nei porcili che reclamavano la broda a dire che il mattino era iniziato. Il primo suono della campana piccola diceva che erano le sette e se era giorno di mercato, mercoledì o sabato, dopo poco sarebbe passata la SITA per andare in città. I rintocchi si sentivano benissimo perché le chiese con i campanili sorgevano sempre su un cucuzzolo al centro del paese. Ogni mezz’ora suonava ancora la campana piccola ed ogni ora il numero dei rintocchi di quella grande permettevano di conoscere esattamente l’orario. Quando la campana grande suonava a distesa, era mezzogiorno ed i contadini prendevano la via di casa rientrando dal lavoro dei campi. Le mogli erano rientrate un’ora prima per fare la piadina e preparare il pranzo. Alla sera quando la campana piccola suonava ‘’laimaria’’ (l’ave Maria) erano le sette ed il campanile sarebbe rimasto muto fino al mattino successivo. In fondo non serviva misurare il tempo dalla sera alla mattina. Non c’era la televisione e non c’era il rischio di perdere le prime notizie del telegiornale. In inverno, se non era prevista la veglia, tutti andavano a letto presto, si sarebbe risparmiata la legna nel camino e le robuste imbottite di lana avrebbero scaldato egregiamente i corpi. Le coppie avevano tutto il tempo per esercitare il gioco più antico e più bello del mondo che nessun telefilm avrebbe mai eguagliato. Dunque l’orologio era ancora un oggetto di piacere al pari di una catenina d’oro, di un braccialetto o di un paio di orecchini. Erano i giovani che lo indossavano ma i genitori ed i nonni, neanche a parlarne. Per la verità c’erano alcuni orologi utili. Il vecchio nonno Gianin aveva un orologio cipolla con coperchio che teneva nel taschino della giacca e fissato con una catenina. Seduto sotto la quercia ogni tanto controllava l’ora e diceva ‘’ e prit u sè scord’’ (il prete si è scordato di suonare la campana). Sopra il loggiato del comune di Cesena esisteva ed esiste un grande orologio che i contadini consultavano per ritrovarsi a mezzogiorno. Siamo alla fine degli anni 50 e ci troviamo a San Tommaso bel paesino sulle colline romagnole di Cesena ed abitato da famiglie di contadini. La mia era una di quelle ed io ero un bambinetto al quale certi ricordi sono rimasti impressi. Mancavano ancora due settimane al matrimonio e dopo avere obbligato il marito a comprare le scarpe nuove, il mercoledì successivo la Maria aveva portato Poldo ad acquistare l’orologio. L’orologiaio si trovava a Cesena in ‘’via d’iuresp’’ (via degli Orefici). Alla fine la scelta cadde su un orologio finto oro con carica automatica. Poldo era un uomo sbadato e si sarebbe dimenticato di ricaricarlo, cosa c’era di meglio di un orologio che si sarebbe ricaricato da solo con i movimenti naturali del polso? Poi ci si ricordò che lo avrebbe indossato solo di domenica o quando c’erano le feste e durante le settimana sarebbe stato nel cassettino della specchiera e quindi avrebbe smesso di funzionare. Inoltre l’uomo lavorava in campagna, il polso era sempre sudato e spesso lo immergeva nell’acqua. Alla fine fu scelto quello a carica manuale e color oro. Dopo lunga trattativa fu pattuito il prezzo che comprendeva il cinturino in finto cuoio nero. Usciti dal negozio moglie e marito si separarono. Lei per andare in piazza a comprare un coperchio per la pentola grande che si era rotto, lui per andare a fare una bevuta nell’osteria ‘’Michiletta’’. In realtà come la Maria girò l’angolo, Poldo cambiò strada ed andò nell’osteria ‘’e Puten’’ che si trovava in fondo a via Pescheria. Il soprannome dell’oste che significa ‘’puttano’’ aveva un’origine ben precisa. A Cesena c’era ancora una casa chiusa dove le prostitute si alternavano ogni 15 giorni. Si diceva ‘’la quindicina’’. Dunque quando arrivavano le ragazze nuove in stazione era proprio l’oste che le andava a prendere con la cavalla ed il grande calesse. Faceva un lungo giro in centro per farle vedere e per mostrare la loro bellezza. La chiacchiera si diffondeva, la curiosità aumentava ed il mercato riprendeva vigore. Poldo andava in quell’osteria all’insaputa della moglie non per fare chissà che cosa ma perché le chiacchiere che si facevano davanti ad un bicchier di vino avevano un argomento ben preciso. Inoltre l’oste teneva sul banco molte fotografi delle ragazze in abiti discinti che alcuni uomini guardavano avidamente. Ma torniamo ai preparativi del matrimonio. Le cose da fare erano tantissime altroché l’acquisto delle scarpe e dell’orologio del buon Poldo. C’era da decidere dove fare ‘’la mangiata’’, in casa o presso una trattoria, proprio le prime iniziavano in quel tempo ad esercitare in campagna come il famoso ‘’Setaccio’’ di Longiano. Se fuori casa si doveva scegliere il menù ed il prezzo. Occorreva ‘’cavè al cherti’’ (fare le carte per il matrimonio). Bisognava accordarsi con il prete Don Antonio per organizzare la funzione. In questo caso la questione si complicava perché le famiglie degli sposi erano una repubblicana e l’altra comunista con l’aggiunta che la ragazza era incinta. Siccome era solo al secondo mese decisero di non dirlo anche se il prete mangiò la foglia perché non era usuale un matrimonio in novembre. Di solito ci si sposava in primavera quando la campagna era in fiore. C’era da decidere ed acquistare gli abiti degli sposi, le fedi nuziali, cercare in qualche cassetto una vecchia fede in oro della bisnonna che veniva data all’orefice che praticava uno sconto su quelle nuove. C’era soprattutto da individuare la camera da letto per i due colombi. Quella di Poldo era una vecchia casa contadina abbastanza povera di spazi. Al piano terra c’era il porticato. Poi la stalla, la cantina, la legnaia, il porcile ed una ripida scala che portava al primo piano dove c’era una grande cucina con camino, una stanza da letto dove dormivano Poldo e la moglie, una seconda stanza da letto dove dormivano il nonno vedovo ed il ragazzo da matrimonio. Come fare? Alla fine furono apportate alcune modifiche. La cucina fu rimpicciolita come pure le due camere da letto. Una sarebbe servita ai novelli sposi. Nello spazio residuo fu costruito ‘’e cambaret’’ (la cameretta) per il nonno. Per la verità il nonno non fu molto contento di finire in uno spazio angusto e diceva in paese: ‘’ i ma mes in te stalet dla cavala’’ (mi hanno esiliato in una cameretta piccola come quella della cavalla).

Per la verità avevo deciso di raccontarvi il matrimonio del figlio di Poldo. Mi sono lasciato prendere la mano e così ve lo racconterò la prossima volta.

Sai quali sono i regali più belli? Le Piccole Cose.


I gesti d'affetto quotidiano, i sorrisi della gente, l'accoglienza di un paese, il profumo di un libro, l'emozione di un viaggio, la brillantezza delle luci di Natale, l'incanto dello sbocciare di un fiore, l'odore del caffè e la sorpresa dolce di averlo servito mentre ancora sei a letto, un regalo da scartare in un giorno qualsiasi, senza occasioni o ricorrenze particolari, un ti voglio bene in un momento in cui ti senti giù, un abbraccio in cui trovare rifugio e ristoro, una parola di conforto, un confronto costruttivo, una linguaccia di un bambino mentre sei in metropolitana, una vecchia foto conservata in un cassetto, un oggetto da ritrovare proprio quando credevi di averlo perso per sempre, l'attimo prima in un bacio d'amore, la magia della prima volta, la sensazione d'empatia, di sinergia, di contatto diretto con persone conosciute da poco e apparentemente per caso.

Stephen Littleword

domenica 27 novembre 2016

Biancaneve


C’era una volta, in uno splendido castello, una regina che stava cucendo seduta davanti a una finestra, dalla cornice d’ebano. Era pieno inverno e leggeri fiocchi di neve cadevano dal cielo. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò: “Mi piacerebbe avere una bambina con la carnagione bianca come la neve, con la bocca e le guance rosse come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!“

Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve.
Purtroppo quando Biancaneve nacque, la regina morì.
Dopo un anno il re prese un’altra moglie; era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza.

Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E lo specchio rispondeva: Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.
Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella, era bella come la luce del giorno e ancor più della regina.
Una volta che la regina chiese allo specchio:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
lo specchio rispose: - Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.
La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia.
Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella la odiava.
E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte.
Allora chiamò un cacciatore e disse:
- Porta la fanciulla nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte -.
Il cacciatore obbedì e la condusse lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
- Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più -. 
Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito:
- Và, pure, povera fanciulla-. “Le bestie feroci faranno presto a divorarti”, pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere.
E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.
Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.
Ora la povera fanciulla era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare.
Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male.
Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi.
Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire.
C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini.

Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola.
Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo.
Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, troppo duro o troppo morbido.. Giunta al settimo era talmente sfinita che si buttò di traverso su tutti e sette i lettini e si addormentò.
Quando fu buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano oro e diamanti dai monti.
Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l’avevan lasciato.
Il primo disse:
- Chi si è seduto sulla mia seggiolina?-
Il secondo: – Chi ha mangiato dal mio piattino?-
Il terzo: – Chi ha preso un po’ del mio panino?-
Il quarto: – Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?-
Il quinto: – Chi ha usato la mia forchettina?-
Il sesto: – Chi ha tagliato col mio coltellino?-
Il settimo: – Chi ha bevuto dal mio bicchierino?-
Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:
- Chi mi ha schiacciato il lettino?-
Gli altri accorsero e gridarono: – Anche nel mio c’è stato qualcuno -.
Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata.
Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve.
– Ah, Dio mio! ah, Dio mio! – esclamarono: – Che bella fanciulla! –
Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino.
Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani.
Ma essi le chiesero gentilmente: – Come ti chiami?- Mi chiamo Biancaneve,- rispose. – Come sei venuta in casa nostra?- dissero ancora i nani.
Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finchè aveva trovato la casina.
I nani dissero: – Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla.
– Sì,- disse Biancaneve,- di gran cuore-. E rimase con loro.
Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo:
- Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva.
E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella di tutto il paese, l’invidia non le dava pace.

Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
- Roba bella, chi compra! chi compra!- Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò:
- Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere?
– Roba buona, roba bella,- rispose la vecchia,- stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta.
“Questa brava donna posso lasciarla entrare”, pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.
– Fanciulla, – disse la vecchia,- come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve-.
La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta.
– Ormai lo sei stata la più bella,- disse la regina, e corse via.
Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta!
La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa.
Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò.
Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero:
- La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.
Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Come al solito, lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.
“Ma adesso,. pensò,- troverò qualcosa che sarà la tua rovina”; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
- Roba bella! roba bella! –
Biancaneve guardò fuori e disse:
- Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno.
– Ma guardare ti sarà permesso,- disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò.
Alla fanciulla piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta.
Conclusa la compera, la vecchia disse:
- Adesso voglio pettinarti per bene-.
La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.
– Portento di bellezza!- disse la cattiva matrigna: – è finita per te!- e se ne andò.
Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto.
Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la regina si mise allo specchio e disse:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Come al solito, lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.
– Biancaneve morirà,- gridò,- dovesse costarmi la vita -.
Andò in una stanza segreta dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima.
Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.
Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.

Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:

- Non posso lasciar entrare nessuno, i sette anni me l’hanno proibito.
- Non importa,- rispose la contadina,- le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una.
- No,- rispose Biancaneve,- non posso accettar nulla.
- Hai paura del veleno?- disse la vecchia.- Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -.
Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata.
Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non potè più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.
Ma al primo boccone cadde a terra morta.
La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:
- Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -.
A casa, domandò allo specchio:
- Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella ?
E finalmente lo specchio rispose: – Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esse pace per un cuore invidioso.
I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara fanciulla era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: – Non possiamo seppellirla dentro la terra nera,- e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.
Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro.
Allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo
- Regalatemela, allora,- egli disse,- non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo.-
A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara.
Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.
Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola.
E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.
-Ah Dio, dove sono?- gridò.
Il principe disse, pieno di gioia: – Sei con me,- e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: – Ti amo sopra ogni cosa del mondo; vieni con me al mio castello, sarai la mia sposa-.
Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Quando questa si accorse che la bellissima sposa del Principe era Biancaneve, le prese un tale attacco di rabbia e di invidia che morì.

Rapolina

Alcuni la chiamano Raperonzolo, per la Disney è Rapunzel... per noi, come per i Fratelli Grimm, è Rapolina... e questa è la sua storia.

C’erano una volta due sposi che avevano desiderato a lungo un figlio. Finalmente un giorno la donna scoprì di essere in attesa. Dalla loro casa essi potevano vedere uno splendido giardino, pieno dei fiori più belli e dei frutti più rari. Il giardino però apparteneva a una strega molto potente che tutti temevano. Mai nessuno aveva varcato il muro di cinta per paura dei suoi malefici. Un giorno la moglie, mentre stava affacciata alla finestra, vide una magnifica distesa di fiori di rape in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere , divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. “Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po’ di quelle rape che crescono nel giardino dietro casa nostra.” Il marito, che l’amava molto, pensò: “Costi quel che costi, devo riuscire a portargliene qualcuno.” Così una sera scavalcò il muro, colse in fretta una manciata di rape e li portò a sua moglie. La donna preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma il giorno dopo la sua voglia si raddoppiò. L’uomo, per non farla soffrire penetrò ancora una volta nel giardino; ma appena giunse a terra si vide davanti la strega, che incominciò a rimproverarlo per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come poté, raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. La strega disse:” Se le cose stanno così, ti permetterò di portar via quante più rape potrai, ma ad una condizione: dovete darmi il bimbo che sta per nascere! Lo tratterò bene ed avrò cura di lui come una madre.” Impaurito, l’uomo accettò e quando sua moglie partorì una bella bimba, la strega si presentò immediatamente, la prese con sé e le diede il nome di Rapolina.
Rapolina divenne la più bella bambina del mondo, ma appena compì dodici anni, la strega la rinchiuse in una torre altissima, che non aveva scala né porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la strega voleva salirvi, da sotto gridava:-”Rapolina, Rapolina gettami la tua treccina”. La fanciulla infatti aveva capelli lunghi e splendenti come l’oro. Quando la strega chiamava, scioglieva la sua treccia, la fissava ad un ferro della finestra e la lasciava cadere al disotto; e la strega vi si arrampicava.
Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nei pressi della torre, udì nell’aria una canzone così dolce che si fermò ad ascoltarla. Voleva arrampicarsi per salire da lei, cercò invano la porta della torre. Triste ritornò al palazzo, ma ogni giorno tornava nel bosco per ascoltare la ragazza. Una volta, mentre si teneva al riparo di un albero, vide la strega che giunta nei pressi della torre gridava:-”Rapolina, Rapolina gettami la tua treccina”. Vide scendere la bionda treccia, e capì che quello era il sistema per salire. Il giorno seguente all’imbrunire si recò alla torre, e come ebbe pronunciato la frase, vide scendere la treccia. Vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto. Rapolina all’inizio si spaventò, ma ben presto il principe le piacque e insieme decisero che sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla.
La strega non si accorse di nulla fino a quando, un giorno Rapolina distratta le disse:-”Come mai faccio più fatica a sollevare voi che il principe?”.La strega, sentendosi tradita, andò su tutte le furie. Afferrò le belle trecce della ragazza e “zic zac”, le tagliò. Non soddisfatta, prese la povera Rapolina e la portò in un deserto, dove dovette vivere tra stenti e dolori. La sera stessa la strega attaccò la treccia alla finestra e quando salì il principe, non trovò la ragazza ma la strega che gli disse che Rapolina era perduta per sempre. Disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Vagò, cieco, per i boschi, nutrendosi di radici e di bacche, piangendo e invocando il suo nome. Passò così qualche anno, finché un giorno giunse nel deserto dove Rapolina viveva misera e infelice. Udì la sua voce e la seguì. Quando fu vicino, Rapolina lo riconobbe, gli buttò le braccia al collo e pianse. Due di queste lacrime d’amore bagnarono gli occhi di lui: come per incanto il principe riprese a vedere come prima. Egli la condusse nel suo regno e da quel momento vissero felici e contenti.

Cenerentola

La più famosa tra le favole di Charles Perrault, da leggere e stampare

C’era una volta un ricco mercante che rimasto vedovo, con una figlia da accudire, decise di risposarsi per non lasciare la piccola senza una mamma. Ma non ebbe fortuna. La nuova moglie si rivelò molto presto dura e scontrosa con la sua dolce figliola, mentre alle due sorellastre, che gli aveva portato in dote, dava carezze e premure. Il pover’uomo non sopportò a lungo questa situazione e ne morì di dispiacere. Subito la matrigna e le sorellastre cominciarono a trattare la povera fanciulla ancor più malamente, affidandole i compiti più sporchi e faticosi; per umiliarla sempre più cominciarono a chiamarla Cenerentola, per via della cenere che spesso le sporcava il vestito. Nonostante tutto, la fanciulla era sempre gentile e sorridente, non disubbidiva mai e svolgeva tutte le faccende con cura.
Un giorno, un banditore del Re percorreva le strade della città invitando tutte le fanciulle del regno a partecipare al grande ballo, durante il quale sarebbe stata designata la sposa per il Principe. Le sorellastre subito si precipitarono in casa ordinando a Cenerentola di mettere a posto i loro vestiti. Anche lei avrebbe voluto partecipare al ballo, ma quando lo chiese alla matrigna, questa rispose ridendo che non aveva un vestito adatto e non l’avrebbero fatta entrare. E così, rimasta sola e stanca, si accovacciò vicino al focolare e si addormentò. Poco dopo però, la stanza venne illuminata da una luce irreale e apparve una Fata: Cenerentola, Cenerentola, svegliati! Una volta sveglia la Fatina trasformò, con la sua bacchetta magica, in uno splendido abito gli stracci di Cenerentola, gli zoccoli divennero scarpette di cristallo e una zucca una splendida carrozza, trainata da topini trasformati in bellissimi cavalli bianchi. L’unica raccomandazione della Fata di ritornare entro mezzanotte, perché l’incantesimo svanirà.
Al castello la festa era già cominciata, tutti danzavano, solo il Principe sedeva sconsolato, perché non aveva trovato nessuna compagna adatta. Ma appena entrò Cenerentola la invitò a ballare e stette tutto il tempo con lei. Era bellissima e tutti la guardavano; anche la matrigna e le sorellastre, ma non la riconobbero. Cenerentola era così presa da quel sogno che non si accorse del passare delle ore, e rimase stupita quanto sentì rintoccare dodici colpi dall’orologio a pendolo. Si scusò col Principe e si buttò di corsa verso le scale, per non farsi scoprire vestita di stracci. Nella foga perse una scarpetta lungo la scala; il principe la vide e la raccolse.
L’indomani il banditore del Re, accompagnato dal Principe, invitava tutte le fanciulle a provare la scarpetta e quella che vi fosse riuscita sarebbe diventata la sposa del Principe. Le sorellastre si precipitarono per la prova, ma tornarono subito, sconfortate per il fallimento. Allora volle provare anche Cenerentola, fu il Principe in persona, che già l’aveva riconosciuta, a porgerle la scarpina. Il suo piedino vi entrava alla perfezione. Il Principe, colmo di gioia, la abbracciò e la portò al castello. Furono celebrate le nozze e da allora vissero felici e contenti.

martedì 23 febbraio 2016

I VALORI


Prendetevi 5 minuti, un foglio di carta e una penna. E scrivete, uno sotto l’altro come nella lista della spesa, che cosa è davvero importante per voi. Che cosa vi fa alzare la mattina, che cosa vi porta al lavoro, che cosa vi fa ritornare a casa? A cosa non rinuncereste, cosa vi dà gioia, cosa vi dà sicurezza? Scritto? Ecco, questi sono i vostri valori: forse la salute, la famiglia, la moglie, il marito o i figli, forse l’automobile, oppure la fede, l’onestà, la condivisione. Forse le vacanze, la televisione o la partita di calcio, il matrimonio, la patria. Il cane, lo stipendio, le notti in discoteca. L’amicizia, la pace, la bellezza. Le scarpe nuove, il successo, il potere. La vita, la libertà. Non occorre metterli in ordine di importanza, vanno bene anche in ordine sparso: se abbiamo scritto con sincerità, ci restituiscono l’immagine del nostro cuore e il nostro modo di valutare la realtà. È una lista piena di cose? Di viaggi, di oggetti? Attenzione, c’è da chiedersi se ci possono bastare, se davanti agli inevitabili momenti di crisi, sapranno darci una ragione di speranza o se forse non è il caso di rimettere in ordine le nostre priorità, dando il giusto valore a quanto lo merita davvero.

Tratto da un testo di R. Florio