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mercoledì 19 dicembre 2018

La grande Quercia sacra

L’energia che la Luna della Quercia di dicembre ci trasmette, è quella pura e luminosa come la neve, che sta per posarsi piano sulla Terra.

La Quercia coi suoi rami intrecciati, ci riporta al Dio Cornuto. Esso si inoltra nelle foreste, custode dei boschi, cammina fra gli alberi sacri. Fra questi, proprio la Quercia che penetrando nell’utero di Madre Terra, si inoltra con tutta la sua forza, prettamente maschile, attraverso il terreno, affondando le radici.

lunedì 13 novembre 2017

REGALA CIÒ CHE NON HAI


Occupati dei guai, dei problemi 
del tuo prossimo. 
Prenditi a cuore gli affanni, 
le esigenze di chi ti sta vicino.

LA GIORNATA MONDIALE DELLA GENTILEZZA


Nel 1988 nasce a Tokyo il Movimento Mondiale per la Gentilezza, che oggi raggruppa una trentina di nazioni. E nel 1997, a Tokyo, con una conferenza fu lanciata l’idea della Giornata Mondiale della Gentilezza.

giovedì 16 febbraio 2017

venerdì 3 febbraio 2017

La leggenda del fiume Tevere

La nascita del fiume Tevere, in questa bella leggenda di Maria Cerbelli...
C’era un monte così alto che tutti i giorni nuvole dense come ovatta lo avvolgevano e lo rendevano invisibile all’occhio umano. Si chiamava Fumaiolo e neanche a primavera, quando il cielo era limpido e terso, la cima riusciva a scorgersi. Secondo una leggenda, era abitato da folletti, gnomi e fate, e mai nessun uomo avrebbe potuto metterci piede.

Di tutto un po' #474



Non dirmi quanti anni hai, o quanto sei educato e colto,
non dirmi del tuo conto in banca oppure quante cose vorresti ma non puoi,

sabato 21 gennaio 2017

La pazienza


“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.” 

SAN TOMMASO MORO

mercoledì 28 dicembre 2016

Di tutto un po' #449

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

R. M. Rilke

giovedì 15 dicembre 2016

Di tutto un po' #434


Un giorno mi sono svegliato ed ero già grande.
Un giorno ho aperto gli occhi ed erano già pieni di lacrime.
Un giorno ho pensato di poter dire quello che pensavo.
Un giorno mi hanno detto che potevo parlare.
Un giorno ho visto una rosa al mio fianco scomparire in un solo secondo.
Un giorno mi hanno detto che incontrerò la sconfitta.
Un giorno il sole non sorgerà più per me.
Un giorno ho chiesto di essere ascoltato.
Un giorno ho pianto guardando in faccia la pazzia.
Un giorno ho pensato che potesse essere l’ultimo.
Un giorno mi sono chiesto che ne è stato di tutto l’affetto che ho regalato alle persone.
Un giorno ho pensato che è stato tutto inutile.
Un giorno mi son ripromesso di non scrivere più.
Un giorno volevo suonare su un palco.
Un giorno ho cantato in silenzio nel buio della mia camera.
Un giorno ho amato ed ho urlato il mio sentimento a tutte le creature dell’universo.
Un giorno pensavo di essere il re di tutte le mie creazioni.
Un giorno mi piacerebbe vedere realizzati i miei sogni.
Un giorno un bacio potrebbe regalarmi un secondo di tepore.
Un giorno un cenno di assenso mi farà varcare quella porta.
Un giorno avrei pensato di incontrare tutti gli uomini dell’universo.
Un giorno ho guardato un altro uomo con pochi soldi tra le mani.
Un giorno ho viaggiato senza fermarmi.
Un giorno ho solo chiesto di poter passare senza essere colpito alle spalle.
Un giorno ho urlato tutta la mia rabbia facendo del male a tante persone.
Un giorno ho deciso che tutto questo sarà mio.
Un giorno ho solo deciso di non fare niente.
Un giorno ho parlato con mille animali, incurante di ogni incomprensione.
Un giorno apparivo come il Dio degli indigeni.
Un giorno mi hanno urlato di smetterla di portare disordine nelle loro vite.
Un giorno sono passato ad un livello più elevato di vita e di comprensione.
Un giorno ho costruito una casa su un albero con tanti assi di legno.
Un giorno ho ascoltato una nota fuori da ogni tempo e ogni luogo.
Un giorno ho corso all’impazzata rincorrendo i miei nemici.
Un giorno riderò di tutte queste cose che sto scrivendo.
Un giorno non ricorderò nemmeno il mio nome.
Un giorno volerò anch’io in alto come i miei eroi dell’infanzia.
Un giorno creerò una macchina che distruggerà tutte le cose che non piacciono ai miei amici.
Un giorno ho creduto che qualcun altro avrebbe fatto al posto mio ciò che io volevo fare.
Un giorno ho pensato che i sogni fossero solo illusioni.
Un giorno ho sofferto scoprendo che i sogni sono la nostra unica essenza e morti questi siamo morti anche noi.
Un giorno qualcuno mi spiegherà cosa succede.
Un giorno mi volterò alle spalle per vedere quello che ho fatto.
Un giorno ringrazierò chi ha letto queste parole.
Un giorno piangerò ancora per amore.
Un giorno rimarrò ancora deluso per un tradimento.
Un giorno smetterò di sentirmi solo.
Un giorno credo che sia solo un giorno.
Un giorno dura la bellezza di un giorno.
Un giorno la vita composta da giorni mi apparirà nella sua completezza.
Un giorno i giorni saranno tanti.
Un giorno vedrò questo giorno come un semplice giorno fra tanti giorni.
Un giorno fatto di vita, di amore, di sofferenza, di sogni, di tradimenti, di progetti, di speranze, di debolezze, di ricordi, di sentimenti, di emozioni, di musica, di silenzio, di lacrime, di risate.

Un giorno fatto di vita, come tutti i giorni.


Una signora anziana si siede in un caffè.

La cameriera porta il menu e chiede che cosa vuole ordinare.

La vecchia signora chiede "quanto costa un pezzo di torta"?

La cameriera risponde "3 euro"

La donna anziana prende alcune monete dalla tasca, e inizia a contare lentamente poi chiede di nuovo " e quanto costa la semplice ? "

La cameriera un po ' scocciata , visto che aveva molti tavoli da servire le rispose: "2 euro".
"va bene, allora prendo volentieri la semplice " Rispose la vecchia signora.

La cameriera portò scocciata la torta e mise subito il conto sul tavolo pensando tra se "che gente tirchia "

La vecchia signora ha mangiato molto lentamente e con piacere la torta, si alzò lentamente, mise i soldi sul tavolo e se ne andò.

Quando la cameriera andò x pulire il tavolo, si è accorta che la vecchia signora le aveva lasciato 1 euro di mancia. L'emozione le fece scendere una lacrima. Si voltò alla ricerca dell'anziana donna x ringraziarla ,ma era troppo tardi non era più visibile al suo sguardo Lei si sentiva in colpa x aver giudicato tirchia quella vecchietta che invece possedendo solo 3 euro si era limitata a prendere una fettina di torta da 2 euro x lasciare la mancia alla cameriera!

Questa storia commovente dimostra chiaramente che non si possono trarre conclusioni affrettate! 

Perché prima di giudicare qualcuno si dovrebbe guardare dentro alle sue mura, conoscere le sue paure le preoccupazioni, allora vedrai quanto sia fragile l'uomo dietro la maschera dell'apparenza.

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
Che cos’è la solitudine.
La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

Mario Benedetti

martedì 13 dicembre 2016

Sai quali sono i regali più belli? Le Piccole Cose.


I gesti d'affetto quotidiano, i sorrisi della gente, l'accoglienza di un paese, il profumo di un libro, l'emozione di un viaggio, la brillantezza delle luci di Natale, l'incanto dello sbocciare di un fiore, l'odore del caffè e la sorpresa dolce di averlo servito mentre ancora sei a letto, un regalo da scartare in un giorno qualsiasi, senza occasioni o ricorrenze particolari, un ti voglio bene in un momento in cui ti senti giù, un abbraccio in cui trovare rifugio e ristoro, una parola di conforto, un confronto costruttivo, una linguaccia di un bambino mentre sei in metropolitana, una vecchia foto conservata in un cassetto, un oggetto da ritrovare proprio quando credevi di averlo perso per sempre, l'attimo prima in un bacio d'amore, la magia della prima volta, la sensazione d'empatia, di sinergia, di contatto diretto con persone conosciute da poco e apparentemente per caso.

Stephen Littleword

venerdì 9 dicembre 2016

I PREPARATIVI DI BABBO NATALE


Lontano, lontano, al Polo Nord vive Babbo Natale. La sua grande casa, tutta di legno, sorge nel mezzo di una verde e fitta foresta di abeti, fra profumi di resina, fiocchi di neve e bagliori di camini accesi. Qualche mese prima di Natale, il buon vecchio dalla lunga barba bianca inizia a preparare i doni per tutti i bambini della Terra, e questo è il momento in cui la sua casa diventa animatissima. Accorrono gli gnomi che lasciano la foresta per aiutarlo. C´è lo gnomo postino che apre le letterine che i bimbi mandano da tutto il mondo, c´è lo gnomo pasticciere che conosce a memoria migliaia di ricette e si occupa di preparare tanti dolci, biscotti, cioccolatini, c´è quello che lavora il legno e prepara milioni di giocattoli, mentre lo gnomo candeliere fabbrica candele coloratissime da regalare ai genitori dei bimbi. Insomma, la casa di Babbo Natale, in quei giorni, è animata da un´attività davvero frenetica! Carta colorata, nastri rossi, verdi, blu, tutto viene incartato dagli gnomi con molta cura. Ma, il nostro grande amico non si accontenta dei regali fatti in casa, ne acquista anche nei negozi. Spesso vola nel cielo stellato con la sua slitta e il suo computer portatile e va a visitare i famosi mercatini di Natale. Qui fra bancarelle, suoni, luci, colori, profumo di caldarroste, fa tanti acquisti... Dal suo portatile controlla le varie letterine e cerca di esaudire i desideri dei bambini. Compra i giocattoli più moderni e un´infinità di altre bellissime cose che i suoi gnomi non saprebbero costruire... Quando il suo computerino gli conferma che ha accontentato proprio tutti, allora paga con la sua carta di credito POLVERE DI STELLE, carica il grosso sacco sulla slitta e si avvia verso la sua bellissima casa in mezzo alla foresta dove ultimerà i preparativi e aspetterà il giorno della partenza, quando, elegantissimo nel suo nuovo abito rosso fiammante, volerà per i cieli con la sua velocissima slitta e porterà i regali a tutti i bimbi del mondo.

Fonte non specificata

domenica 27 novembre 2016

Biancaneve


C’era una volta, in uno splendido castello, una regina che stava cucendo seduta davanti a una finestra, dalla cornice d’ebano. Era pieno inverno e leggeri fiocchi di neve cadevano dal cielo. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò: “Mi piacerebbe avere una bambina con la carnagione bianca come la neve, con la bocca e le guance rosse come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!“

Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve.
Purtroppo quando Biancaneve nacque, la regina morì.
Dopo un anno il re prese un’altra moglie; era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza.

Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E lo specchio rispondeva: Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.
Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella, era bella come la luce del giorno e ancor più della regina.
Una volta che la regina chiese allo specchio:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
lo specchio rispose: - Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.
La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia.
Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella la odiava.
E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte.
Allora chiamò un cacciatore e disse:
- Porta la fanciulla nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte -.
Il cacciatore obbedì e la condusse lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
- Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più -. 
Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito:
- Và, pure, povera fanciulla-. “Le bestie feroci faranno presto a divorarti”, pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere.
E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.
Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.
Ora la povera fanciulla era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare.
Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male.
Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi.
Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire.
C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini.

Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola.
Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo.
Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, troppo duro o troppo morbido.. Giunta al settimo era talmente sfinita che si buttò di traverso su tutti e sette i lettini e si addormentò.
Quando fu buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano oro e diamanti dai monti.
Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l’avevan lasciato.
Il primo disse:
- Chi si è seduto sulla mia seggiolina?-
Il secondo: – Chi ha mangiato dal mio piattino?-
Il terzo: – Chi ha preso un po’ del mio panino?-
Il quarto: – Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?-
Il quinto: – Chi ha usato la mia forchettina?-
Il sesto: – Chi ha tagliato col mio coltellino?-
Il settimo: – Chi ha bevuto dal mio bicchierino?-
Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:
- Chi mi ha schiacciato il lettino?-
Gli altri accorsero e gridarono: – Anche nel mio c’è stato qualcuno -.
Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata.
Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve.
– Ah, Dio mio! ah, Dio mio! – esclamarono: – Che bella fanciulla! –
Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino.
Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani.
Ma essi le chiesero gentilmente: – Come ti chiami?- Mi chiamo Biancaneve,- rispose. – Come sei venuta in casa nostra?- dissero ancora i nani.
Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finchè aveva trovato la casina.
I nani dissero: – Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla.
– Sì,- disse Biancaneve,- di gran cuore-. E rimase con loro.
Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo:
- Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
E lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva.
E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella di tutto il paese, l’invidia non le dava pace.

Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
- Roba bella, chi compra! chi compra!- Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò:
- Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere?
– Roba buona, roba bella,- rispose la vecchia,- stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta.
“Questa brava donna posso lasciarla entrare”, pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.
– Fanciulla, – disse la vecchia,- come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve-.
La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta.
– Ormai lo sei stata la più bella,- disse la regina, e corse via.
Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta!
La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa.
Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò.
Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero:
- La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.
Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Come al solito, lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.
“Ma adesso,. pensò,- troverò qualcosa che sarà la tua rovina”; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:
- Roba bella! roba bella! –
Biancaneve guardò fuori e disse:
- Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno.
– Ma guardare ti sarà permesso,- disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò.
Alla fanciulla piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta.
Conclusa la compera, la vecchia disse:
- Adesso voglio pettinarti per bene-.
La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.
– Portento di bellezza!- disse la cattiva matrigna: – è finita per te!- e se ne andò.
Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto.
Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la regina si mise allo specchio e disse:
- Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Come al solito, lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.
– Biancaneve morirà,- gridò,- dovesse costarmi la vita -.
Andò in una stanza segreta dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima.
Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.
Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.

Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:

- Non posso lasciar entrare nessuno, i sette anni me l’hanno proibito.
- Non importa,- rispose la contadina,- le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una.
- No,- rispose Biancaneve,- non posso accettar nulla.
- Hai paura del veleno?- disse la vecchia.- Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -.
Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata.
Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non potè più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.
Ma al primo boccone cadde a terra morta.
La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:
- Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -.
A casa, domandò allo specchio:
- Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella ?
E finalmente lo specchio rispose: – Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esse pace per un cuore invidioso.
I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara fanciulla era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: – Non possiamo seppellirla dentro la terra nera,- e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.
Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro.
Allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo
- Regalatemela, allora,- egli disse,- non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo.-
A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara.
Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.
Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola.
E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.
-Ah Dio, dove sono?- gridò.
Il principe disse, pieno di gioia: – Sei con me,- e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: – Ti amo sopra ogni cosa del mondo; vieni con me al mio castello, sarai la mia sposa-.
Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Quando questa si accorse che la bellissima sposa del Principe era Biancaneve, le prese un tale attacco di rabbia e di invidia che morì.

Il leone e il topo

"Piccoli amici possono essere grandi amici"... 
è questo l'insegnamento di questa favola di Esopo.

Una volta, mentre il leone stava dormendo, un topolino cominciò a passeggiare avanti e dietro su di lui. Il leone si svegliò, mise la sua grossa zampa sopra il topolino e aprì la bocca per inghiottirlo. -“Perdono, Maestà!”- gridò il topolino. - “Non l’ho fatto apposta, lasciami andare! Non lo dimenticherò mai e forse un giorno potrei ricambiarti il favore.” Il leone sorrise a quelle parole, ma alzò la zampa e lo lasciò libero.

Qualche tempo dopo il leone fu preso in una trappola, messa dai cacciatori: non riusciva in alcun modo a liberarsi dai lacci. Proprio allora passò di là il topolino che vedendo in quale guaio si trovasse il leone, si avvicinò e rosicchiò la corda che lo teneva legato. -”Non avevo forse ragione?”- esclamò il topolino mentre il leone riacquistava libero la via della selva.

Rapolina

Alcuni la chiamano Raperonzolo, per la Disney è Rapunzel... per noi, come per i Fratelli Grimm, è Rapolina... e questa è la sua storia.

C’erano una volta due sposi che avevano desiderato a lungo un figlio. Finalmente un giorno la donna scoprì di essere in attesa. Dalla loro casa essi potevano vedere uno splendido giardino, pieno dei fiori più belli e dei frutti più rari. Il giardino però apparteneva a una strega molto potente che tutti temevano. Mai nessuno aveva varcato il muro di cinta per paura dei suoi malefici. Un giorno la moglie, mentre stava affacciata alla finestra, vide una magnifica distesa di fiori di rape in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere , divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. “Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po’ di quelle rape che crescono nel giardino dietro casa nostra.” Il marito, che l’amava molto, pensò: “Costi quel che costi, devo riuscire a portargliene qualcuno.” Così una sera scavalcò il muro, colse in fretta una manciata di rape e li portò a sua moglie. La donna preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma il giorno dopo la sua voglia si raddoppiò. L’uomo, per non farla soffrire penetrò ancora una volta nel giardino; ma appena giunse a terra si vide davanti la strega, che incominciò a rimproverarlo per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come poté, raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. La strega disse:” Se le cose stanno così, ti permetterò di portar via quante più rape potrai, ma ad una condizione: dovete darmi il bimbo che sta per nascere! Lo tratterò bene ed avrò cura di lui come una madre.” Impaurito, l’uomo accettò e quando sua moglie partorì una bella bimba, la strega si presentò immediatamente, la prese con sé e le diede il nome di Rapolina.
Rapolina divenne la più bella bambina del mondo, ma appena compì dodici anni, la strega la rinchiuse in una torre altissima, che non aveva scala né porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la strega voleva salirvi, da sotto gridava:-”Rapolina, Rapolina gettami la tua treccina”. La fanciulla infatti aveva capelli lunghi e splendenti come l’oro. Quando la strega chiamava, scioglieva la sua treccia, la fissava ad un ferro della finestra e la lasciava cadere al disotto; e la strega vi si arrampicava.
Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nei pressi della torre, udì nell’aria una canzone così dolce che si fermò ad ascoltarla. Voleva arrampicarsi per salire da lei, cercò invano la porta della torre. Triste ritornò al palazzo, ma ogni giorno tornava nel bosco per ascoltare la ragazza. Una volta, mentre si teneva al riparo di un albero, vide la strega che giunta nei pressi della torre gridava:-”Rapolina, Rapolina gettami la tua treccina”. Vide scendere la bionda treccia, e capì che quello era il sistema per salire. Il giorno seguente all’imbrunire si recò alla torre, e come ebbe pronunciato la frase, vide scendere la treccia. Vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto. Rapolina all’inizio si spaventò, ma ben presto il principe le piacque e insieme decisero che sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla.
La strega non si accorse di nulla fino a quando, un giorno Rapolina distratta le disse:-”Come mai faccio più fatica a sollevare voi che il principe?”.La strega, sentendosi tradita, andò su tutte le furie. Afferrò le belle trecce della ragazza e “zic zac”, le tagliò. Non soddisfatta, prese la povera Rapolina e la portò in un deserto, dove dovette vivere tra stenti e dolori. La sera stessa la strega attaccò la treccia alla finestra e quando salì il principe, non trovò la ragazza ma la strega che gli disse che Rapolina era perduta per sempre. Disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Vagò, cieco, per i boschi, nutrendosi di radici e di bacche, piangendo e invocando il suo nome. Passò così qualche anno, finché un giorno giunse nel deserto dove Rapolina viveva misera e infelice. Udì la sua voce e la seguì. Quando fu vicino, Rapolina lo riconobbe, gli buttò le braccia al collo e pianse. Due di queste lacrime d’amore bagnarono gli occhi di lui: come per incanto il principe riprese a vedere come prima. Egli la condusse nel suo regno e da quel momento vissero felici e contenti.

Cenerentola

La più famosa tra le favole di Charles Perrault, da leggere e stampare

C’era una volta un ricco mercante che rimasto vedovo, con una figlia da accudire, decise di risposarsi per non lasciare la piccola senza una mamma. Ma non ebbe fortuna. La nuova moglie si rivelò molto presto dura e scontrosa con la sua dolce figliola, mentre alle due sorellastre, che gli aveva portato in dote, dava carezze e premure. Il pover’uomo non sopportò a lungo questa situazione e ne morì di dispiacere. Subito la matrigna e le sorellastre cominciarono a trattare la povera fanciulla ancor più malamente, affidandole i compiti più sporchi e faticosi; per umiliarla sempre più cominciarono a chiamarla Cenerentola, per via della cenere che spesso le sporcava il vestito. Nonostante tutto, la fanciulla era sempre gentile e sorridente, non disubbidiva mai e svolgeva tutte le faccende con cura.
Un giorno, un banditore del Re percorreva le strade della città invitando tutte le fanciulle del regno a partecipare al grande ballo, durante il quale sarebbe stata designata la sposa per il Principe. Le sorellastre subito si precipitarono in casa ordinando a Cenerentola di mettere a posto i loro vestiti. Anche lei avrebbe voluto partecipare al ballo, ma quando lo chiese alla matrigna, questa rispose ridendo che non aveva un vestito adatto e non l’avrebbero fatta entrare. E così, rimasta sola e stanca, si accovacciò vicino al focolare e si addormentò. Poco dopo però, la stanza venne illuminata da una luce irreale e apparve una Fata: Cenerentola, Cenerentola, svegliati! Una volta sveglia la Fatina trasformò, con la sua bacchetta magica, in uno splendido abito gli stracci di Cenerentola, gli zoccoli divennero scarpette di cristallo e una zucca una splendida carrozza, trainata da topini trasformati in bellissimi cavalli bianchi. L’unica raccomandazione della Fata di ritornare entro mezzanotte, perché l’incantesimo svanirà.
Al castello la festa era già cominciata, tutti danzavano, solo il Principe sedeva sconsolato, perché non aveva trovato nessuna compagna adatta. Ma appena entrò Cenerentola la invitò a ballare e stette tutto il tempo con lei. Era bellissima e tutti la guardavano; anche la matrigna e le sorellastre, ma non la riconobbero. Cenerentola era così presa da quel sogno che non si accorse del passare delle ore, e rimase stupita quanto sentì rintoccare dodici colpi dall’orologio a pendolo. Si scusò col Principe e si buttò di corsa verso le scale, per non farsi scoprire vestita di stracci. Nella foga perse una scarpetta lungo la scala; il principe la vide e la raccolse.
L’indomani il banditore del Re, accompagnato dal Principe, invitava tutte le fanciulle a provare la scarpetta e quella che vi fosse riuscita sarebbe diventata la sposa del Principe. Le sorellastre si precipitarono per la prova, ma tornarono subito, sconfortate per il fallimento. Allora volle provare anche Cenerentola, fu il Principe in persona, che già l’aveva riconosciuta, a porgerle la scarpina. Il suo piedino vi entrava alla perfezione. Il Principe, colmo di gioia, la abbracciò e la portò al castello. Furono celebrate le nozze e da allora vissero felici e contenti.

domenica 13 novembre 2016

La giornata della gentilezza, le 5 regole per essere cortesi


Lo chiamano un 'piccolo gesto di attenzione' verso gli altri. Ma la gentilezza, parola che esiste in tutte le lingue e con mille sinonimi (dall'amabilidad dello spagnolo, alla mitzvah dell'ebraico, che vuol dire precetto o buona azione), non è un piccolo gesto. Per la Giornata Mondiale della Gentilezza, movimenti e organizzazioni sollecitano un momento di riflessione per 'essere gentili'. A New York e Londra happening e iniziative vanno avanti per una settimana. In giro per il mondo si stampano gadgets e magliette.

Perchè tanta mobilitazione? 

La gentilezza è infinitamente più di un pensiero, ecco. Vuol dire uscire da se stessi, dall'individualismo quotidiano, e aprire la mente al resto del mondo. Accogliere gli altri, e l'altro, esseri umani e concetti, animali, alberi e idee. Vuol dire tolleranza ed empatia, accettazione della differenza. Barriera contro presunzione e arroganza. Trincea contro solitudine e paura. Ostacolo all'alienazione. E ancora e ancora. E sarà per almeno una di queste ragioni che ad essere gentili succede di sentirsi col cuore a posto, fiduciosi. E a chi riceve gentilezza, capita di conquistare uno sguardo più sereno.

A promuovere la Giornata Mondiale della Gentilezza è il World Kindness Movement, nato a Tokyo nel 1988. Oggi sono una trentina i Paesi che aderiscono. Il movimento italiano - che dal 2000 ha sede a Parma - ha deciso di utilizzare la frase di Claudio Baglioni, "La gentilezza è rivoluzionaria". A Londra il 13 novembre è un vero evento: sette giorni di buone azioni nei confronti di un amico, di un collega o di uno sconosciuto. Negli Stati Uniti, alcuni Stati hanno invece promosso acquisti solidali per i meno fortunati. Una foto dell’ufficiale della Polizia di New York, Lawrence DePrimo, che dona un paio di stivali a un senzatetto scalzo è diventata virale nel 2012 e la campagna #FeedtheDeed, varata nel febbraio 2014, pare abbia ispirato 10.000 gesti di gentilezza nel mondo.

Le cinque regole, la prima è l'ascolto 

Ma quali sono le regole per essere gentili? Non basta svegliarsi e dire buongiorno magari anche sorridendo, bisogna fare di piu', bisogna mettere in pratica la cultura della cortesia in tutte le sue forme. Il buon auspicio arriva dallo psicologo Antonino Ferro, membro della Societa' di psicologia italiana (Spi), che suggerisce di fare della gentilezza una regola per vivere bene sempre. Ma se questo e' difficile, ecco cinque regole semplici da applicare, valide in ogni occasione: 1 - Ascoltare gli altri: "l'ascolto tra gli esseri umani e' fondamentale, nulla di piu' odioso e' l'imposizione del proprio pensiero e della parola". 2 - Dopo aver ascoltato, riflettere sempre sulle parole e i pensieri degli altri: "la riflessione e' utile sempre in ogni caso" 3 - Offrire, non imporre, nelle discussioni le proprie soluzioni e i punti di vista e sempre con molto garbo: "come semi in un campo". 4 - Ascoltare i desideri degli altri e tentare di esaudirli: "Sarebbe una gran bella cosa per noi e per gli altri". 5- E in ultimo un gesto pratico, lasciare il posto al parcheggio ad altri e magari anche con il sorriso: "ultimo ma il piu' difficle da mettere in pratica ", è la conclusione di Ferro.


domenica 16 ottobre 2016

LA GENTILEZZA E IL SORRISO



Un giorno Elena uscì da casa di fretta e dimenticò di prendere con sé la gentilezza, la prima cosa che invece aveva preso era stato il sorriso; quindi andò al lavoro e sorrise per tutto il giorno, ma il sorriso non le impedì di essere poco gentile con la cliente che le chiese un consiglio per un regalo alla nonna. Elena: “… se è per sua nonna può regalarle un profumo di una fragranza qualsiasi, sono certa che non farà alcuna differenza”. E il sorriso non le impedì di prendere l’unico posto libero sull’autobus, mentre restava in piedi una donna con in braccio il suo bambino. E ancora, sempre con il sorriso, ignorò una signora anziana in coda dopo di lei al supermercato che doveva pagare solo il latte, mentre lei aveva una spesa chilometrica. Il giorno dopo uscendo sempre di corsa, prese per prima la gentilezza, ma non fece in tempo a prendere il sorriso per paura di perdere l’autobus. Arrivata a lavoro si trovò davanti una signora di una certa età, che la guardava corrucciata. Vicino a lei c’era la nipote che il giorno prima era venuta a comprarle un regalo. La signora: “Volevo farle sapere, cara la mia “commessa del mese”, che non mi piacciono tutte le fragranze, ma solo l’agrumato e siamo venute per cambiare il regalo”. Elena divenne rossa e si sentì dispiaciutissima, ma oggi aveva la gentilezza ed era certa che in qualche modo avrebbe rimediato. “Mi dispiace moltissimo, sono stata davvero maleducata ieri. Non ho davvero scuse. Le faccio vedere subito tutte le nuove fragranze agrumate che ci sono arrivate nell’ultimo mese”. La signora corrucciata, improvvisamente cambiò espressione e sorrise. A sua volta Elena sorrise. Ma come poteva essere se aveva lasciato il sorriso a casa? Tornando a casa, in autobus aveva ceduto il posto a un signore con il bastone, il quale le aveva sorriso ringraziandola e lei aveva risposto con un sorriso, ancora una volta. Poi andò al supermercato, perché il giorno prima aveva dimenticato di comprare il lievito per fare una torta e mentre era in fila, il signore davanti a lei, con una spesa chilometrica, le dice che “Se vuole può passare avanti”, sorrise ancora. Quel giorno Elena imparò che il sorriso da solo non bastava. Non basta se non è sincero e se non c’è in esso gentilezza. Invece, la gentilezza da sola può far nascere il sorriso. Se ci pensate bene anche la gentilezza può essere contagiosa, ma bisogna fare il primo passo. Se facessimo tutti così il mondo forse potrebbe essere migliore. Il mondo siamo noi. Elena, oggi, lo sa.

Patrizia Sgura


UMILTÀ


È conoscenza e coscienza di come tutti noi umani condividiamo caratteristiche comuni. Il destino a termine, le emozioni, il dolore e la paura, la malattia e la fragilità, la sensibilità, ci accomunano in un “noi” di cui non dovremmo dimenticarci. Anche le emozioni positive sono le stesse per tutti, ma, pur sentendo il bisogno di condividerle, non ci rendono bisognosi della comunità come le altre. I persecutori, i violenti, i superbi, i cattivi, scordano questa fratellanza che dovrebbe renderci tutti solidali. Tutti, nei periodi fortunati, abbiamo la tentazione di sentirci unici e speciali, autonomi e infrangibili, e di scordare i bisogni degli altri e la nostra stessa fragilità. Sono gli stati di difficoltà a suonare il campanello della percezione dell’umanità. Umanità che, pur non eliminando il giudizio, apre alla comprensione. Unito all’empatia e all’esperienza, il senso di umanità ci fa riconoscere negli altri una particella di noi e anche nostro malgrado ci spinge a cercare di comunicare con loro. Sforzarci di sentirci parte della comunità che abita il mondo aiuta non soltanto a vincere la solitudine, ma ci motiva anche a lavorare per il bene di tutti. Di fatto le scoperte scientifiche come le opere d’arte sono a giovamento di tutti e anche ogni cultura è, o dovrebbe essere, a disposizione libera per la grande comunità umana. Tanto che l’UNESCO ha definito patrimonio dell’umanità, da salvaguardare, una serie di opere di tutto il mondo.