lunedì 31 ottobre 2016

LA LUCE




Erano le tre di notte di un giorno di fine ottobre ed in quella casa ‘’si dormiva alla grande’’. Verso le due, nonno Armandin (piccolo Armando) si svegliò e disse alla moglie ‘’zend la lusa che ho da fè un goz d’acqua’’ (accendi la luce che devo fare la pipì). La vecchietta che si chiamava Adele era piccola e magra e dormiva rannicchiata in un angolo del grande letto, sembrava che non ci fosse. Per la verità era rannicchiata anche di giorno perché il lavoro duro dei campi le aveva praticamente piegato il corpo in due e per camminare si appoggiava ad un bastone. Non è come potreste pensare che lei prendeva ordini dal marito. Il problema era molto semplice, lui aveva quasi 90 anni ed era quasi cieco. All’epoca non si operava la cataratta. Inoltre era molto sordo a causa dell’età. La moglie che ci vedeva e sentiva benissimo nonostante i suoi 85 anni si svegliò e con le mani cercò la ‘’pireta’’, interruttore della luce che penzolava sopra la grande spalliera del letto e che tagliava in due il bel quadro della Madonna appeso. A volte faceva cadere il ramoscello d’ulivo che veniva fissato in un angolo del quadro e che veniva cambiato una volta all’anno in occasione della domenica delle palme. Dunque Adele afferrò la pireta e premette il pulsante. Niente, la luce non si accese. La lampadina sotto il piatto smaltato e screpolato appesa nel centro della stanza non diede segno di vita. Per la verità anche quando si accendeva, emanava una luce fioca e debole che comunque permetteva di muoversi nella stanza. Che si fosse fulminata? Non sarebbe stato un guaio perché ogni tanto capitava ed occorrevano alcuni giorni per la sostituzione. Doveva infatti arrivare il sabato quando il figlio grande Danilo sarebbe andato in piazza (al mercato) a Cesena e l’avrebbe comprata da ‘’Brasena’’ che era un negozio che vendeva un po’ di tutto ai contadini che venivano dalla campagna. Adele non si perse d’animo, si sedette sul letto, trovò a tentoni il mozzicone di candela che teneva sempre sopra il comodino e l’accese con una ‘’suifanel’’che erano i lunghi fiammiferi da cucina. La fiamma prese corpo ed illuminò lievemente l’interno della stanza. Tutti gli oggetti presero forma e sembrava che si muovessero, in realtà era la loro ombra che ondeggiava. Dalla specchiera sopra il comò le fotografie dei defunti erano indecifrabili se non quella grande della povera bisnonna che ti guardava con espressione austera. Il rumore dei tarli si interruppe. Nelle due grandi mensole appese al muro facevano bella mostra i formaggi ed il loro odore acre era parte integrante dell’ambiente. Allora il vecchietto aiutato dalla moglie he aveva circumnavigato il lettone, scese dal letto, tolse ‘’e bucalet’’ (vaso da notte) da sotto il letto ed espletò la sua funzione. Ormai da qualche anno doveva alzarsi tre o quattro volte ogni notte. La moglie l’aveva fatto presente al Dottor Celletti che era il medico della mutua e che ogni tanto passava in campagna a controllare i pazienti anziani. Dopo avere fatto alcune domande al vecchietto, il medico aveva concluso che non era grave e che data l’età non era il caso di fare altri accertamenti. Dopo il trambusto i due vecchietti decisero di rimettersi a dormire non prima di essersi accorti di avere un gran freddo. Prima non l’avvertivano imbacuccati com’erano sotto le coperte. Un’enorme camicia di fustagno lei con gli ‘’scalfarotti’’ di lana ai piedi, maglia di lana e mutande lunghe di lana lui. Sopra una bella imbottita di lana. Era molto robusta e morbida perché era stata rifatta due mesi prima. Voi saprete che ogni due o tre anni l’imbottita di lana veniva scucita e la lana ‘’sgramigliata ‘’ perché nel tempo tendeva a comprimersi e ad ammucchiarsi. Quell’anno l’Adele aveva disfatto alcune maglie di lana vecchie ed aveva rimpinguato quella dell’imbottita. Erano andati a letto presto, verso le otto di sera dopo una tazza di latte caldo. A quell’ora spirava ‘’la curena’’ un vento caldo che nulla prometteva. Infatti nel giro di poche ore arrivò una burrasca con un fortissimo vento e la temperatura si era improvvisamente abbassata. Loro non se ne erano accorti perché dormivano. Era stato proprio quel vento che aveva sicuramente abbattuto un palo della luce e quindi la corrente sarebbe mancata in varie case per qualche giorno fino a che gli operai non avessero individuato ed accomodato il guasto. Siamo alla fine degli anni 50 e ci troviamo a San Tommaso bel paesino sulle colline romagnole di Cesena ed abitato da famiglie di contadini mezzadri. La mia era una di queste ed io ero un bambinetto al quale certe immagini o racconti sono rimasti impressi. San Tommaso era uno dei pochi paesi di collina che a quei tempi aveva la luce elettrica. L’acqua potabile no ma la luce si. Comunque l’energia elettrica veniva chiamata ‘’la lusa’’ (la luce). Si diceva ‘’smorta la lusa’’ (spegni la luce), ‘’zend la lusa’’ (accendi la luce), ‘’l’è avnù menc la lusa’’ (è venuta a meno la luce). I fili che dal contatore arrivavano agli interruttori ed alle lampadine erano intrecciati e ricoperti da un avvolgimento grosso di stoffa. Viaggiavano sopra i muri. Gli interruttori erano ‘’a scrocco’’ tranne quello sopra il letto che era la famosa ‘’pireta’’. Le lampadine con la potenza in ‘’candele’’ erano appese ai lampadari che erano dei piatti di latta oppure smaltati. Il consumo era modesto perché, non ci crederete, nessuno aveva il frigorifero, la lavatrice, il tostapane ed altri elettrodomestici. L’unica utilizzo era l’illuminazione: una lampada in cucina, una in camera da letto, in cantina, sotto il portico, in un muro esterno. A volte i topolini rosicchiavano i fili e si creavano dei cortocircuiti. Durante l’inverno con la neve o con le forti burrasche alcuni pali della luce cadevano a terra e si rimaneva senza anche per giorni. Per questo motivo si teneva una scorta di candele da usare alla bisogna. Per la verità iniziavano a fare la prima comparsa la radio e la televisione rigorosamente in bianco e nero. La televisione si trovava soprattutto nel circolo dei comunisti ed in quello della parrocchia. A Saiano c’era anche il frigorifero per i gelati dove la mamma del prete vendeva il gelato sfuso. Noi bambini da San Tommaso andavamo a Saiano (un chilometro e mezzo) per mangiare un cono di gelato. Per 30 lire la mamma del prete metteva cioccolato e panna e ci dava il cono in mano. Guardava bene e spesso ce lo chiedeva indietro per togliere un po’ di gelato convinta di averne messo troppo. Povera donna, era molto tirchia. Esistevano, ma io non ricordo l’uso di pile. Per inoltrarsi nel buio ci si aiutava con un lume a petrolio o nelle notti di luna piena non c’era bisogno di nulla. Tutte le biciclette avevano la ‘’dinamo’’ e con il movimento le lampadine davanti e di dietro si illuminavano. A quei tempi alcuni contadini iniziarono ad acquistare le Apecar. Bene, neppure queste avevano la batteria quindi la messa in moto era a pedale ed i fanali si illuminavano con la dinamo ed il mezzo in movimento. Per la verità fecero la prima comparsa in campagna le prime radioline a transistor che avevano le pile per funzionare. Le vendeva un certo Ghetti che più che contadino, mestiere dove sicuramente non eccelleva, era un trafficante di sigarette di contrabbando ed appunto di radioline a transistor.

di Fiorenzo Barzanti.-

TERREMOTO


Quando si verifica una crisi sismica è quasi inevitabile che tra la gente, oltre all'ansia e al nervosismo, riemergano antiche superstizioni. Sono il retaggio di lontane credenze, nate dalla necessità di trovare un colpevole e di personificare una forza senza volto e senza nome. D'altra parte anche i media, occupandosi di terremoti, hanno spesso riportato strane leggende di mostri e serpenti di fuoco. Ci sembra quindi utile presentare i miti popolari che in forme diverse sono presenti in ogni cultura del nostro pianeta. Ricche di fantasia e di folklore, le storie del passato possono spiegare, da un punto di vista antropologico, le superstizioni di oggi. 

Il dio Poseidone era insopportabile. Capriccioso, irascibile e vendicativo, non perdeva mai occasione per dimostrare il suo potere distruttivo. Ne sapevano qualcosa gli Achei, che vivevano nel terrore delle sue ire e cercavano di ammansirlo offrendogli doni e sacrifici. Quando Telemaco arrivò a Pilo in cerca di notizie di suo padre Ulisse, trovò gli abitanti sulla spiaggia intenti a immolare grandi tori neri per ottenere i favori di Poseidone. Ma il dio non si lasciava convincere facilmente: con il suo tridente scuoteva i monti e le valli del Peloponneso, faceva tremare le città dei Troiani e terrorizzava gli Achei. Persino il signore dell'Ade, laggiù nel profondo degli inferi, saltò dal suo trono in preda al terrore temendo che la furia di Poseidone aprisse la terra fino al suo regno, mostrando agli uomini, mortali e immortali, le sue stanze piene di orrore. 

Gli antichi romani vedevano nei fenomeni sismici un preludio ad altri avvenimenti terreni: erano una sorta di viatico tra il mondo degli dei e quello degli uomini. Nella terza orazione di Cicerone contro Catilina si parla di un cielo infiammato di meteore, di cadute di fulmini e di terremoti e Cicerone così commenta: «… Per non parlare degli altri prodigi che si sono verificati durante il mio consolato
a.C.
in un numero così grande da far pensare a un vero e proprio presagio, da parte degli immortali, degli attuali avvenimenti». L'opinione dei romani, ed è proprio il caso di dirlo, subisce una scossa nel 79 d.C., quando violenti terremoti colpiscono la costa campana, preludio all'esplosione del monte Somma-Vesuvio che provocherà la distruzione di Pompei. 

Con le sue continue scosse, l'area del Mediterraneo ha ispirato da sempre storie e leggende legate ai movimenti della terra. Una di queste nasce in Sicilia, scritta probabilmente alla fine del 1200, e vede protagonista un giovane di nome Colapesce. Il ragazzo amava il mare, lo amava talmente da passare gran parte della giornata immerso nei fondali della costa orientale siciliana, ammirando la vita, le forme e i colori di quel magico mondo. Poi, un giorno arriva a Messina un re superbo e crudele: getta una coppa d'oro in fondo al mare e sfida la resistenza di Colapesce. Il giovane si tuffa e lì, tra le ombre degli abissi e le sagome minacciose degli squali, vede la sua terra sorretta da tre colonne in corrispondenza di tre vertici geografici dell'isola: una in buono stato, una lesionata e una, proprio sotto Messina, prossima alla rottura. Tornato in superficie, con la coppa d'oro ma allo stremo delle forze, racconta tutto al suo re. Il monarca, insensibile alle preghiere della figlia, costringe Colapesce a immergersi nuovamente, promettendogli in cambio un anello preziosissimo e la mano della principessa. Colapesce si tuffa, ma non riemerge più. Secondo la leggenda è rimasto sul fondo del mare a sostenere, con tutte le sue forze, la colonna corrosa e a impedire che la sua città venga distrutta dai cedimenti della crosta. 

Nessuno invece pare possa salvare la basilica di San Francesco ad Assisi dall'anatema di Frate Leone, uno dei primi compagni del santo. Nei Fioretti di San Francesco (Anonimo, 1370-1390), si narra che intorno al 1228, poco dopo l'inizio dei lavori per la costruzione della basilica, Frate Leone, contrariato da tanta pomposa ostentazione, pronunciò le seguenti parole: «Francesco non l'avrebbe voluta e prima o poi crollerà». Inutile ogni commento. 

Percorrendo le vie dell'Oriente arriviamo in India, dove i bramini raccontano che la causa dei terremoti è da attribuire alla stanchezza di uno dei sette serpenti incaricati dal dio Visnù di sostenere la Terra. Nell'intento di scaricare il gravoso fardello sulle spalle del vicino, il serpente provoca sconvenienti movimenti della crosta. Di matrice più erotica è la leggenda, sempre orientale, secondo cui il terremoto è generato dall'accoppiamento focoso di un gigante sotterraneo con la sua amata. 

Secondo alcuni popoli dell'Asia centrale, i sismi sono prodotti da un'enorme rana che vive nelle profondità del nostro pianeta e che ogni tanto si scuote. Nella mitologia dei tartari del Caucaso i terremoti sono generati invece da un toro gigantesco che porta la Terra sulle corna: ogni volta che l'animale agita violentemente la testa, il mondo trema. 

Anche i giapponesi hanno personificato i terremoti: orribili esseri dal corpo di uomo e la testa di pesce-gatto. Nel tempio di Kashina è rappresentata una divinità celeste che ordina al dio Daimyojin di conficcare, a colpi di martello, un cuneo di legno nella testa di un tale mostro, chiamato anche nanazu, meritevole di punizione perché ha provocato il terremoto di Edo, l'attuale Tokyo, causando distruzione e morte. Durante la cerimonia, gli altri nanazu che assistono alla scena rappresentano altrettanti terremoti storici giapponesi: Kwanto, Osaka, Koshu, Echigo, Odawara e Sado. Il guaio, con queste terribili creature, è che, appena l'attenzione del Daimyojin viene meno, tornano a muoversi, provocando ancora terremoti. 

Grande sfoggio di fantasia anche per gli indiani Tzotzil del Messico meridionale, secondo i quali un insolente giaguaro cerca sollievo ai suoi pruriti strofinandosi proprio contro i pilastri della Terra. 

E per concludere, una credenza popolare proveniente dal Cile meridionale. La colpa dei terremoti, secondo la mitologia india, è da attribuirsi a due serpenti dispettosi: Cai-cai e Treg-treg. La prima è la signora dei mari, dei laghi e dei fiumi; vive in una grotta sotterranea e quando ne esce causa maremoti e inondazioni. Treg-treg vive invece nelle viscere di una collina e da lì controlla l'attività di Cai-cai. Ogni tanto i due grossi serpenti litigano e le forti codate di Treg-treg provocano frane che seppelliscono Cai-cai. È a questo punto che il povero serpente, per liberarsi dal peso dei macigni, si scuote e si agita violentemente, provocando i terremoti. 

Testo tratto da Terremoto. I miti della sismologia tra previsione e prevenzione, Roma: Avverbi, 1998. Si ringrazia l'Editore per aver concesso il diritto di riproduzione

ALBERT EINSTEIN NON E’ STATO SOLO UNO DEI PIU’ GRANDI FISICI DEL NOSTRO TEMPO,


ma ha anche sondato per tutta la sua vita quella sottile soglia tra coscienza e materia. Ha affermato che l’uomo soffre di “un’illusione ottica della coscienza” dato che “esperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualche cosa di separato dal resto“. La cura? “La cosa più bella con cui possiamo entrare in contatto è il mistero” dice, quel mistero a cui anche Oscar Wild si riferiva nella sua famosa frase “Oggi la gente sa tutto, e purtroppo è tutto quello che sa”. Quel mistero, continua Einstein, “E’ la sorgente di tutta la vera arte e di tutta la vera scienza. Colui che non conosce questa emozione, che è incapace di fermarsi per lo stupore e restare avvolto dal timore reverenziale, è come un morto: I suoi occhi sono chiusi.” Un essere umano è parte di un tutto chiamato Universo. Egli esperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualche cosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, sino a includervi tutte le creature viventi e l’intera natura, nella sua bellezza.” “Il vero valore di un essere umano si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto alla liberazione dall’ego.”

*Ecco 10 Lezioni di Vita da Albert Einstein
1. Segui la tua curiosità
“Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso.”

2. L’intelligenza è relativa, la perseveranza non ha prezzo.
“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”

3. Esiste solo il presente, vivi il momento
“Se un uomo riesce a guidare in modo sicuro mentre bacia una bella ragazza, semplicemente non sta dando al bacio l’attenzione che merita.”

4. L’Immaginazione è Potente
“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima delle attrazioni che il futuro ci riserva. L’immaginazione è più importante della conoscenza.”

5. Sbaglia
“Chi non ha mai commesso un errore non ha mai sperimentato nulla di nuovo.”

6. Niente è Impossibile
“Chi dice che è impossibile, non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo”

7. Crea Valore
“Non cercare di diventare una persona di successo, ma piuttosto una persona di valore”

8. Non ripeterti
“Follia: continuare a fare sempre le stesse cose aspettandosi che le cose cambino.”

9. La conoscenza viene dall’esperienza
“L’informazione non è conoscenza. La sola fonte di conoscenza è l’esperienza.”

10. Impara le regole, poi fai il tuo gioco
“Devi imparare le regole del gioco. E poi devi giocarci meglio di chiunque altro.”


Chiudo con questa bellissima citazione.
“Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste.Sintonizzati alle frequenze della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’e altra via. Questa non è filosofia è fisica.”


Zucche di oggi, zucche di ieri


Oggi, con Halloween, conosciamo solo la veste giocosa e commerciale di una festività sacra antichissima: Samhain (da sam-fuin = fine dell’estate). Per i Celti questa festività segnava il Capodanno Celtico, importante momento di passaggio nel calendario agricolo e pastorale, legato al ciclo delle stagioni con le feste di ringraziamento per il raccolto e i riti della preparazione al ciclo successivo.
A Samhain si aprivano le porte fra il Regno dell’Aldiqua e il Regno dei defunti: cadevano le barriere, i morti potevano tornare tra i vivi, nelle loro case, anche se solo per una notte.

E ingraziarsi i morti era molto importante, perchè erano loro a sovrintendere alla fecondità della terra e al buon andamento dei raccolti.
Per questo i celti celebravano libagioni e riti propiziatori indossando maschere grottesche per spaventare gli spiriti che avessero cattive intenzioni.
Anche nel nostro folclore troviamo varie usanze per accogliere il ritorno dei morti: i letti lasciati liberi e rifatti con cura di buon mattino, la tavola lasciata imbandita e le fave sul davanzale della finestra.

Anche l'uso della zucca non è nuovo: in molte zone dell'Emilia Romagna ed in generale in tutta la pianura padana, fino alla fine degli anni '50 si svuotavano le zucche o si usavano normali lanterne che venivano poste nei crocicchi più bui ed anche vicino ai cimiteri e alle chiese.
E anche "dolcetto o scherzetto" non è una pratica " americana" : da noi, fino a pochi decenni fa i poveri e i mendicanti giravano in questi giorni a chiedere la " carità di murt", la carità dei morti, e nessuno rifutava loro qualcosa.

La zucca


La zucca è un ortaggio della famiglia delle cucurbitacee, di cui si mangia la polpa, compatta e farinosa. La buccia, di color arancio, è dura e compatta.
Da un punto di vista nutrizionale, la zucca è ricca di vitamina A e C e di sali minerali.
Insieme alle patate e il pomodoro, la zucca è stata introdotta in Europa in seguito alla scoperta delle Americhe. La zucca è infatti originaria dell’AmericaCentrale.

Stagione

La zucca è un ortaggio autunnale e invernale: il mese migliore è ottobre.
Tipi/Varietà
Esistono moltissime varietà di zucche, alcune commestibili, altre solo ornamentali, tra cui citiamo le più comuni:
• Cucurbita Maxima: la più comune, dai frutti sferoidali piuttosto grandi.
A questa specie appartengono la Zucca a turbante, la Zucca Grigia di Bologna (utilizzata nelle marmellate), la Zucca marina di Chioggia, la Zucca gialla mammouth.
• Cucurbita Moscata: dal frutto oblungo, la buccia di color verde scuro o arancio.
• Cucurbita Pepo: di forma sferoidale e buccia gialla-arancione.
Di questa specie si consumano anche i fiori, ripieni, impastellati e fritti. È la zucca che si utilizza per la preparazione delle lanterne in occasione di Halloween, nei paesi anglosassoni.
• Cucurbita melanosperma: anche chiamata Zucca Spaghetti. La sua polpa, infatti, si sfilaccia in filamenti con cui si condiscono gli spaghetti.

Le zucche ornamentali hanno bucce molto dure che, una volta essiccate, sono usate nella produzione di utensili come ciotole e contenitori per liquidi.

Uso in cucina:

In cucina la zucca è usata nella preparazione di piatti dolci e salati. Si consuma cotta in diversi modi:

impastellata e fritta, lessata e al vapore, al forno con burro e parmigiano, e in particolar modo nel ripieno dei tortelli.

Della zucca si consumano anche i fiori, in particolar modo ripieni con mozzarella e alici, impastellati e fritti: ma anche come guarnizioni di pizze, torte rustiche e nella preparazione di risotti.

I semi della zucca, salati, sono degli snack da fiera, chiamati “bruscolini”, ma sono anche utilizzati in erboristeria per le loro proprietà antiossidanti.

Come pulire:

Prima di incidere la zucca, è opportuno sciacquare la buccia sotto l'acqua corrente.

Si procede tagliandola a metà, in modo da poter eliminare facilmente con un cucchiaio i semi e i filamenti. 

A questo punto si può tagliare a spicchi, eliminare la buccia e procedere con la cottura.

Guida all’acquisto:

Scegliete le zucche con la buccia soda e priva di ammaccature. Il picciolo deve essere morbido e attaccato al frutto. Colpendola con le mani, deve emettere un suono sordo.

La zucca a pezzi deve avere un bel colore vivo, e non essere troppo secca.

Metodo di conservazione:

La zucca intera deve essere risposta al buio, in un luogo fresco e asciutto. Una volta aperta si conserva in frigorifero nel cassetto delle verdure per un paio di giorni, avvolta nella pellicola. La polpa, sbollentata, può essere congelata.

Curiosità:

La zucca, svuotata dalla polpa e intagliata è utilizzata per la costruzione di Jack-o'lantern, la caratteristica lanterna di Halloween.

Esistono diverse leggende sulla nascita di questa usanza e sul mito di Jack, tutte legate alla protezione della casa da streghe e spiriti malefici.

Particolarmente curioso è il fatto che un'usanza simile era diffusa fino a pochi decenni fa anche in alcune regioni Italiane: in Toscana, con lo Zozzo, usato come scherzo per spaventare i bambini; nell'alto Lazio, con La Morte, e in Liguria.


Come fare il flan di zucca ...


Quando prepariamo una cena o un pranzo ci capita spesso di non sapere quali antipasti presentare. Spesso si cade nella banalità riproponendo le solite cose. Se abbiamo ospiti perché non presentare loro qualcosa di insolito e gustoso allo stesso tempo? Magari con qualche prodotto di stagione, come la zucca, ortaggio prettamente autunnale, dalla polpa dolce e morbida. E con una ricetta semplice ma di sicuro effetto, oggi parliamo del flan di zucca, una squisitezza soffice e calda. Diciamo pure che il flan di zucca oltre ad essere servito come antipasto, può benissimo accompagnare piatti di carne bianca o rossa. Nei prossimi passi vedremo come fare il flan di zucca in tante piccole monoporzioni. È sufficiente un forno, qualche stampo e poco più di un'ora di tempo.

Occorrente:
Assicurati di avere a portata di mano:
Per 5 flan di zucca:
500 gr di zucca; 100 gr di parmigiano grattugiato; un cucchiaio di latte intero; olio extravergine di oliva q.b.; sale e pepe q.b.; rosmarino; noce moscata; 4 uova.
Per la crema di formaggio: 240 gr di caprino; 100 ml di panna fresca liquida; sale e pepe q.b.
Per prima cosa prendiamo la zucca, togliamo la scorza ed eliminiamo accuratamente i semi. Tagliamo la zucca a fette e disponiamola su una teglia da forno in modo uniforme. Ricordiamo di coprire la teglia con un foglio di carta da forno. Adesso, irroriamo le fette con un filo d'olio d'oliva poi, saliamo e pepiamo a piacere e, distribuiamo i rametti di rosmarino. Copriamo la zucca con carta stagnola e inforniamo per 15 minuti a 200°C. Se utilizziamo il forno ventilato riduciamo la temperatura a 180°C e il tempo a 10 minuti. L'alluminio lascerà la zucca morbida evitando che la cottura la renda troppo secca. A cottura ultimata sforniamo le fette di zucca e facciamole intiepidire.
A questo punto prendiamo le fette di zucca e, mettiamole in un mixer insieme alle uova intere e al parmigiano grattugiato. Aggiungiamo poi la noce moscata e il latte. Regoliamo di sale secondo il nostro gusto, poi avviamo la macchina. Tritiamo finemente fino ad ottenere una crema piuttosto liscia ed omogenea. Per il momento teniamo da parte la crema e passiamo agli stampini. Gli stampini per il flan di zucca devono avere la capacità di circa 125 ml. Imburriamo i piccoli contenitori e foderiamo con della carta forno. Versiamo dunque il composto alla zucca negli stampini. Facciamo attenzione a non riempire fino al bordo, perché durante la cottura il composto potrebbe fuoriuscire dallo stampino. Riempiamo per 2/3 della capacità.
Infine disponiamo gli stampini con il flan di zucca in una teglia dai bordi alti. Vanno bene le teglie in alluminio usa e getta. Versiamo dell'acqua calda nella teglia per cuocere i flan a bagnomaria. L'acqua dovrà arrivare ai 2/3 degli stampini. Cuociamo a 180°C per 45 minuti. Al termine della cottura usciamo la teglia dal forno e, facciamo completamente raffreddare. Prima di togliere i flan di zucca dai contenitori possiamo preparare una crema al formaggio, miscelandolo con il latte. Regoliamo di sale e amalgamiamo bene con una frusta. Impiattiamo e facciamo cadere la crema al formaggio sopra i flan di zucca.
Consigli:
Non dimenticare mai:
Se non gradiamo particolarmente la zucca possiamo arricchire il ripieno con pomodori o spinaci.

UN BAMBINO CHE GUARDA IN CIELO



È una tranquilla notte di luna piena quella in cui un bimbo è intento ad osservare la luna: inizialmente la scena è vivace, il piccolo protagonista sembra avere tutta la vita davanti. Verso dopo verso, il lettore si rende tuttavia conto che l’arrivo della luna non fa altro che oscurare quella presenza infantile e, oltre a rubargli quasi la scena, è portatrice di una brutta notizia: sembra essere a conoscenza della tragedia imminente e la annuncia.
Sarà poi lei stessa a condurlo per mano nel cielo, facendogli perdere la propria identità: nessuno risconosce più quel bambino che avanza verso l’indefinito. Altri pochi versi descrivono intensamente il dolore dei gitani che, di ritorno, trovano il cadavere sull’incudine. In questo poema, in cui l’autore esprime tutta la sua frustrazione, non possono mancare le tematiche ricorrenti, come la paura della morte e i simboli da cui Lorca era ossessionato.
La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.
Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.
Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.
Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno nell’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere s’avvicina
suonando il tamburo del piano.
nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

di Federico García Lorca

Seconda rivoluzione industriale


La seconda rivoluzione industriale è il processo di sviluppo industriale il cui inizio viene cronologicamente riportato al periodo compreso tra il congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878) e che giunge a pieno sviluppo nell'ultimo decennio del 1800[1], sia pure in concomitanza con la grande depressione di fine Ottocento.

Nella seconda metà dell'Ottocento l'Europa occidentale estese e consolidò la propria presenza nel mondo. Il suo prestigio si fondava sulla superiorità nel campo scientifico e tecnologico e sulla potenza industriale e capitalistica, rafforzato in seguito alla scoperta di nuove fonti di energia, come il petrolio e l'elettricità, all'utilizzo di nuovi sistemi di comunicazione e di trasporto, al dominio incontrastato del commercio mondiale.

Intanto le grandi potenze europee portavano a termine le conquiste coloniali, soprattutto in Africa, spinte dal desiderio di procurarsi nuovi mercati di vendita per i prodotti nazionali e di accaparrarsi materie prime e risorse energetiche a basso costo. A questo prodigioso sviluppo industriale, che si protrasse fino agli inizi nel Novecento e che interessò altri Stati del mondo, come gli U.S.A. ed il Giappone, è stato dato il nome di Seconda rivoluzione industriale.

In Europa, nel periodo tra il 1850 ed il 1914, si assistette ad una serie di cambiamenti importanti, che mutarono la vita del continente. Le innovazioni non furono della stessa portata in tutti i paesi: più significative in alcuni, meno evidenti in altri; tuttavia gli Europei avevano l'impressione di essere giunti ad una svolta.

Esposizione universale del Expo 1889 a Parigi
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AUTUNNO IN VERSI: SERA D’OTTOBRE


Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
fiore di spina…

G. Pascoli

IL CAVOLFIORE


Il cavolfiore è originario del Medio Oriente. Si è diffuso, in seguito, nell'area mediterranea e dell'Atlantico. Coltivato fin dall’antichità, dai Greci era considerato una pianta sacra. Dai Romani, invece, era utilizzato come pianta medicamentosa per curare le più svariate malattie ed era consumato crudo prima dei banchetti, per aiutare l’organismo ad assorbire meglio l’alcool. Nel XVI secolo, il cavolo veniva usato come lassativo, mentre nel XVII, il brodo di cavolo era raccomandato per la cura delle affezioni polmonari. Infatti, vari documenti testimoniano che il cavolo veniva utilizzato per curare raffreddori, catarri, laringiti, ma anche la pleurite e i reumatismi. Grande impulso alla sua diffusione venne dalla Corte di Francia, ai tempi di Luigi XIV. Presso le popolazioni marinare, il cavolo e la cipolla erano l’alimento tipico degli equipaggi delle navi, nutrimento che compensava la dieta povera dei lunghi viaggi in mare. Si dice che, grazie alle virtù del cavolo, il Capitano Cook, grande navigatore britannico, ebbe cura della salute del suo equipaggio nei 3 anni di navigazione ed esplorazione dei mari. Egli faceva mangiare ai suoi uomini cavoli cotti o crudi e l’intero equipaggio di 118 uomini tornò a casa.


Il nome del cavolfiore deriva dal latino “caulis”, cioè “fusto, cavolo” e “flos, floris”, cioè “fiore”. È un ortaggio molto coltivato e in Italia, in particolare, vi è una sviluppata produzione nel Meridione. Il cavolfiore è ricco di fosforo, magnesio, calcio, potassio, ferro, zolfo. Possiede le vitamine A, C, K e la vitamina B9, necessaria per la produzione e il rinnovamento delle cellule. Anche cotto, ma in misura ridotta, mantiene una buona concentrazione di tutte le vitamine. Durante la cottura, il cavolfiore emana un odore intenso, poco gradevole, dovuto alla evaporazione della componente di zolfo. Per evitare che questo odore si diffonda nella casa, si può aggiungere, nell’acqua di cottura, della mollica di pane imbevuta di aceto.


domenica 30 ottobre 2016

ARTE: #BellissimePitture17

Dipinto di Caspar David Friedrich

In mare, le vele acquistavano vita e colore, bianche di luce abbracciavano il vento, lo imprigionavano nel loro grembo salato e trasmettevano la sua forza alla nave che avanzava nel mare. Il vento cantava sempre una sua canzone, a volte suadente, melodiosa e nostalgica, a volte cupa e dissonante. 


Il Tempo della vela - di Gianni Paglieri




ARTE: #BellissimePitture16


Dipinto di Francesco De Lure




Bastava una sola, semplice cosa: il silenzio, il non parlare portava molto più tempo per pensare. Pensare portava più tempo ad ascoltare.

Ascoltare portava amore per l’immobilità, e l’immobilità era la strada per la risposta…

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

Romano Battaglia


FILASTROCCA DELLA TERRA CHE BALLA


Oggi non piove
La terra non si muove
Vola farfalla
La terra oggi non balla
Ieri pioveva
La terra si muoveva
Sabbia di mare
Casa mia non sa ballare
Resta ferma e cade giù
Casa mia non ce l'ho più
Ma oggi non piove
Facciamo case nuove
Case farfalla
Gentili le vorrei
Che se la terra balla
Loro ballano con lei
( B.Tognolini )

Scritta in occasione del terremoto in Abbruzzo, maggio 2009.
Pubblicata nel libro RIME RAMINGHE, Salani 2013


Sant’Apollinare di Castello di Serravalle, Valsamoggia ( BO).


La chiesa barocca del 1774 di S.Apollinare è inserita in un bellissimo contesto paesaggistico, nel mezzo di un parco fluviale. La chiesa, già citata nel IX sec., fu costruita nelle forme visibili attualmente nel Settecento. Ha un'abside ottagonale ed un campanile a guglia.


Già citata nel IX sec., fu costruita nelle forme attuali nel settecento. Presenta un abside ottagonale e un campanile a guglia. L’interno ad una navata contiene importanti dipinti settecenteschi e gli affreschi ottocenteschi del catino dell’abside, opere di diversi artisti come il Samoggia, il Guardassoni ed Ercole Graziani, un importante dipinto “La Madonna in trono con i Santi Rocco e Apollinare”, opera di Bartolomeo Passerotti, è stata spostata nella chiesa parrocchiale di Castelletto.


Rosmarino



Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.
Originario dell'Europa, Asia e Africa, è ora spontaneo nell'area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell'entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è acclimatato anche nella zona dei laghi prealpini e nellaPianura Padana nei luoghi sassosi e collinari. È noto in Italia anche col nome volgare di Ramerino o Ramerrino; il nome del genere deriva dalle parole latine ros (rugiada) e maris (del mare).

Usi
Il rosmarino viene utilizzato:
Come pianta ornamentale nei giardini, per bordure, aiuole e macchie arbustive, o per la coltivazione in vaso su terrazzi
Le foglie, fresche o essiccate, e l'olio essenziale, come pianta medicinale.
Nell'industria cosmetica come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni; nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche. In profumeria, l'olio essenziale ricavato dalle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie, come l'Acqua d'Ungheria
Come insettifugo o deodorante ambientale nelle abitazioni, bruciando i rametti secchi
I fiori sono particolarmente melliferi
L'estratto di rosmarino è impiegato anche in campo alimentare. Viene usato come additivo dotato di proprietà antiossidante ed etichettato con la sigla E392. Se ne conoscono 5 tipi designato con acronimi:
- AR: estratto ottenuto da un estratto alcolico di rosmarino parzialmente aromatizzato;
- ARD: estratto ottenuto da un estratto alcolico di rosmarino aromatizzato;
- D74: estratto ottenuto da foglie secche di rosmarino per estrazione con anidride carbonica supercritica;
- F62: estratto ottenuto da foglie secche di rosmarino per estrazione con acetone;
- RES: estratto ottenuto da per estrazione con esano ed acetone e poi decolorato ed dearomatizzato.

Proprietà medicinali
I rametti e le foglie raccolti da maggio a luglio e fatti seccare all'ombra hanno proprietà aromatiche, stimolanti l'appetito e le funzioni digestive, stomachici, carminativi, utili nelle dispepsie atoniche e gastralgie, tonici e stimolanti per il sistema nervoso, il fegato e lacistifellea. Da alcuni autori viene inoltre consigliato per infezioni generiche come tosse o asma.
Per uso esterno il macerato di vino applicato localmente è antireumatico; mentre il macerato di alcool revulsivo, viene usato per frizioni anche del cuoio capelluto; possiede qualità analgesiche e quindi viene applicato per dolori reumatici, artriti.
L'infuso viene utilizzato per gargarismi, lavaggi e irrigazioni cicatrizzanti; o per cataplasmi antinevralgici e antireumatici; aggiunto all'acqua da bagno serve come corroborante, purificante e per tonificare la pelle
I fiori raccolti da maggio ad agosto, hanno proprietà simili alle foglie; in infuso per uso esterno sono vulnerari, stimolanti, curativi della leucorrea e per la lotta ai pidocchi pubici
Farmacologicamente, si prepara un'essenza e un'acqua contro l'alopecia o pomate per gli eczemi
Dalle foglie, in corrente di vapore, si estrae l'olio essenziale di rosmarino, per un 1% in peso, liquido incolore o giallognolo, contenente pinene, canfene, cineolo, eucaliptolo, canfora e borneolo. A seconda del chemotipo della pianta vengono ottenuti diversi oli essenziali:
un chemiotipo produce un olio ricco eucaliptolo, che stimola la secrezione delle ghiandole gastriche dell'apparato digerente e respiratorio,responsabile degli effetti sulla digestione e dell'attività mucolitica.
Un chemiotipo produce un olio ricco in canfora, un chetone che può essere invece utilizzabile come antireumatico per uso locale, ma responsabile di effetti tossici sul SNC, quando usato per via orale. Un chemiotipo, invece, produce olio ricco in borneoloe derivati, come previsto dalla farmacopea, meglio indicato nella patologia spastica delle vie biliari. ed infine uno in cui abbondano il borneolo ed i suoi derivati.
Nell'uso farmacologico comune l'olio viene usato come eupeptico, eccitante, antisettico sedativo, ed i suoi preparati contro gli stati depressivi, restituendo vigore intellettuale e fisico alle persone indebolite.

Controindicazioni
Ipersensibilità o allergie verso uno o più componenti. Gravidanza o allattamento (fitoterapici) poiché nell'animale riduce l'impianto dello zigote. Periodo pre-operatorio. L'olio essenziale a canfora è controindicato in persone che soffrono di epilessia. Causa infatti, specialmente in casi di sovradosaggio, irritazioni, convulsioni, vomito e principi di paralisi respiratorie.

Preparazione secondo i costumi popolari
Infuso: tonificante e corroborante per le dispepsie gastriche e anticolitico. 20gr per litro d'acqua calda, filtrare e bere molto caldo.
Posologia: 2-3 volte al giorno, fino a scomparsa dei sintomi.
Tintura madre: antispasmodica e digestiva.
Si ottiene macerando per 4-5 giorni 20gr di foglie in 100gr di alcool a 60°. Quindi occorre filtrare senza aggiungere altro.
Posologia: dalle 15 alle 30 gocce dopo i pasti fino a scomparsa dei sintomi.

CICATRICI


In un caldo giorno d'estate nel sud della Florida, un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore quello che stava succedendo. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando il caimano gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. Il coccodrillo era più forte, ma la mamma era molto più determinata e il suo amore non l'abbandonava. Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise il coccodrillo. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare. Quando uscì dal trauma, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e gliele fece vedere. Poi, con grande orgoglio si rimboccò le maniche e disse: "Ma quelle che deve vedere sono queste". Erano i segni delle unghie di sua madre che l'avevano stretto con forza. "Le ho, perché la mamma non mi ha lasciato e mi ha salvato la vita". 

Anche noi abbiamo cicatrici di un passato doloroso. Alcune sono causate dai nostri peccati, ma alcune sono le impronte di Dio quando ci ha sostenuto con forza per non farci cadere fra gli artigli del male. Ricorda che, se qualche volta, la tua anima ha sofferto.... è perché Dio ti ha afferrato troppo forte, affinché non cadessi!

Fonte non specificata.


L’ANIMA GEMELLA CHE FA PER TE: APPASSIONATA


La ragazza appassionata invece, un po’ nevrotica, malinconica e interiore, ha fisionomia originale con tratti delicati e ben caratterizzati; occhi neri, capelli neri, sguardo assente, sa interessare morbosamente alla sua persona gli uomini affascinati dal mistero. Ama colori forti e tinte contrastanti, sceglie abbigliamenti e acconciature esotiche e si chiude facilmente in sé stessa. È gelosa, un po’ bizzarra e molto spesso nervosa; né si contenta di un affetto tranquillo: se non trova l’amore travolgente che la inebria, è capace di dimenticare persino le promesse più sacre. Quando il tipo è artificioso e posticcio, si può sperare nelle provvidenziali risorse della natura che ha messo nel cuore della donna i germi di tutte le virtù necessarie alla sposa e alla madre. Altrimenti o si arriva al caso clinico o si sta sotto la minaccia di quegli assurdi drammi familiari di cui poi l’uomo cerca invano una qualsiasi spiegazione.

ETIMOLOGIA DELLE PAROLE VINO E VITE


La parola vino deriva dal latino vinum, che proviene a sua volta dal
greco oinos. Secondo alcuni autori da vinum deriverebbero i sostantivi
vitis, vinea, vinetum (vite, vigna, vigneto), mentre, secondo altri,
“vite” deriverebbe da viere (piegare, curvare, legare) che suggerisce
l’idea dell’arrampicarsi, del legarsi. La parola greca oinos, a sua volta,
rimanda al sanscrito vyana-m (attorcigliare), al semitico ain (fonte)
e all’accadico inum (zampillare). L’etimologia di queste parole,
dunque, rivela un intrecciarsi di forme semitiche e indo-europee “che
farebbe pensare a un radicamento delle pratiche vinificatorie in
quell’area siro-anatolica che appare come il territorio nel quale i popoli
indo-europei e semitici si sono incontrati con speciale intensità”
(F. Cardini).


LETTERA DI UN PADRE AL FIGLIO


Caro figlio, se un giorno mi vedrai vecchio, se mi vedrai sporco quando mangio e non riesco a vestirmi... abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso io a insegnartelo. Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere... ascoltami. Quando eri piccolo dovevo raccontarti, ogni sera, la stessa storia, finché non ti addormentavi. Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare... ricordati quando dovevo correrti dietro, inventando delle scuse, perché non volevi fare il bagno. Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico. Ho avuto tanta pazienza ad insegnarti l’abc. Quando, a un certo punto, non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso... dammi il tempo necessario per ricordare. E se non ci riesco, non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico, ma il mio bisogno di essere con te e averti lì che mi ascolti. Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo, non trattarmi come se fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti, nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te, quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto... non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età a volte non si vive, si sopravvive soltanto. Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te, che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza. In cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te. Ti amo figlio mio.

Il tuo papà

L’ANIMA GEMELLA CHE FA PER TE: LA SENTIMENTALE


Il contrario del precedente è il tipo sentimentale: rotondetta, gentile, dalla fisionomia dolce e delicata, con occhi chiari o castani e sguardo languido. Ama monili e gingilli, preferisce colori e tinte neutre, ed è pronta a svenire a ogni occorrenza. Gelosissima dei propri sentimenti, non si confida che con le proprie amiche del cuore, di cui pretende conoscere tutti i segreti dell’animo. Le sue preferenze vanno verso l’uomo sicuro, forte, intelligente che la domini con la sua superiorità. In quel caso è affezionata, fedele e orgogliosa del suo fascino e del suo “eterno femminino”. Astuta nel carpire ciò che vuole, esercita la sua arte guidata da un intuito che scavalca ogni ragionamento. La famiglia non la spaventa, la cucina nemmeno: ha bisogno anzi di un’occupazione che orienti ed esprima il suo affetto; è più soddisfatta nel servire che nell’essere servita, nell’amare che nell’essere amata. È fatta per un compagno in cui trovi la necessaria tranquillità e quella sicurezza che sente di non possedere.