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sabato 23 dicembre 2017

♥Corciano♥


Il borgo medievale di Corciano, classificato come uno dei "Borghi più belli d'Italia" e riconosciuto come "Meta Europea d'Eccellenza" per il turismo rurale, offre uno scenario naturale a questo evento.

martedì 28 febbraio 2017

Carnevale di Ivrea


I Carnevali diffusi ancora nella nostra Penisola talvolta vantano origini medievali. Quello d’Ivrea, ad esempio, è caratterizzato dalla battaglia delle arance. La tradizione di lanciare arance dai balconi sui carri e viceversa, si dice che sia nata nel Medioevo, quando i feudatari regalavano una volta all’anno una cesta di fagioli al popolo, ma le varie famiglie, per disprezzo, lanciavano i fagioli fuori dalla finestra.

lunedì 20 febbraio 2017

La donna e la recitazione



In passato il termine attore era riservato solo agli uomini perché alle donne non era permesso recitare. Nell’antichità e nel Medioevo, infatti, era considerato disdicevole per una donna salire sul palcoscenico. Solo in seguito fu interrotta questa consuetudine e iniziò a diffondersi la professione dell’attrice. Anche al tempo di William Shakespeare, ad esempio, le parti femminili erano interpretate da uomini o ragazzi travestiti da donna.

venerdì 23 dicembre 2016

IL CARNEVALE


Carnevale e Quaresima sono due toni della vita contrapposti, ma l’uno non può essere senza l’altra e viceversa. Nel Medioevo cristianizzato era forte il senso del peccato; la stessa dottrina cristiana elaborò un ordine di sette peccati capitali: tre erano vizi dello spirito – orgoglio, ira, invidia – quattro vizi della carne – avarizia, gola, lussuria, accidia – e nel tempo gola e lussuria cominciarono ad acquisire un peso maggiore.

Nel Medioevo accanto alla sensibilità e percezione dei peccati s’impose la necessità della penitenza che poteva assumere le maniere più diverse. La Quaresima (lat. quadragesima, “quarantena”) si configurò fin dai primi secoli del Cristianesimo come un periodo di penitenza e di digiuno in preparazione alla festa della Pasqua. L’uso di osservare la Quaresima è documentato dal Concilio di Nicea (anno 325; can. V), ed era vario da Chiesa a Chiesa prima di raggiungere il simbolico numero di 40 giorni, tanti quanti Gesù si era ritirato nel deserto. La Quaresima ha, dunque, una sua specifica origine cristiano-penitenziale come tempo religioso di purificazione. Ben più complessa l’origine del Carnevale che, per le sue caratteristiche di sfrenato divertimento e di eccessi alimentari e quant’altro, affonda, secondo alcuni, le sue remote radici in riti e feste pagane legati al rinnovarsi della stagione ed all’auspicio di fertilità (Saturnali… ). Se non ne è una continuazione diretta, ha comunque in comune con quelli molte caratteristiche: il travestimento, l’uso delle maschere, lo sfogo di atteggiamenti repressi. Diffuso in tutte le città d’Europa, con modalità e forme diverse, questo periodo di “baldoria” terminava il Martedì Grasso, ultimo giorno in cui si poteva mangiare carne a volontà, dopo di che essa doveva essere eliminata dalle tavole di tutti. La percezione che nel Medioevo si ebbe di questi due momenti annuali contrapposti emerge con particolare chiarezza da una sorta di genere letterario che erano le “battaglie” tra Quaresima e Carnevale. Tale è un testo francese del Duecento in cui la Quaresima è armata di pesci e latticini, il Carnevale sfoggia carni alla griglia, salsicce, porzioni di cervo, tranci di maiale… La contesa si conclude con la vittoria del Carnevale cui verrà data la possibilità di poter mangiare ogni giorno carne e pesce. Questo tema ebbe successo tanto che riappare in tutto il suo fulgore nel celebre dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio.


I TINTORI


L’arte della tessitura fu fondamentale lungo tutto il Medioevo e vieppiù in quel secondo periodo di esso quando le città ripresero a fiorire. Più gente, più vita, più animazione, più scambi, più traffici, più necessità… anche quella di vestirsi. Vesti, capi di abbigliamento di vario genere che andavano colorati. Tingere i panni non è un’invenzione del Medioevo, ma lo è l’affermarsi dell’arte dei tintori. Questi facevano un lavoro sporco – e perciò dovevano collocare le loro botteghe nei sobborghi – dove ci fosse possibilità di acqua, ma attenzione: il loro lavoro era anche “prestigioso” perché implicava la sapienza del saper utilizzare le sostanze coloranti e talvolta i procedimenti venivano coperti da segretezza. In varie città il mestiere dei tintori si andò strutturando fino a dar vita a corporazioni. Tintori sono attivi in tutte le città d’Italia e d’Europa: a Parigi i loro laboratori si dislocavano lungo la Senna. Si può ben immaginare che le loro botteghe fossero dei laboratori dove la pratica, l’esperienza, accorgimenti maturati nel “fare” davano come esito colori diversi in una sorta di “inventività continua”, come, su altro fronte, avveniva in ambito alimentare con l’ideazione di varie ricette: non a caso ricettari sono stati redatti anche per i tintori! Fin dall’antichità si tingeva in rosso, ma l’arte tintoria medievale fece notevoli progressi nel corso dei secoli – a partire dal XII – soprattutto nelle gamme dei blu, dei gialli e dei neri. I bianchi e i verdi erano difficili da raggiungere. Non era sempre facile pervenire alla giusta tonalità di colore che poi doveva essere fissata e resa più brillante dall’impiego di qualche mordente come l’allume. L’attività dei tintori si applicava sia alla produzione indigena sia a quella straniera; riguardava sete, lini, cotoni e impiegava materie tintorie che provenivano d’oltremare, quali l’indaco, il brasile, la porpora, ma anche reperibili nella nostra Penisola quali il guado, la robbia, lo scotano, lo zafferano, l’oricella. Per il rosso veniva usato anche il chermes, importato dall’Oriente. Se i rossi accesi ed i blu intensi erano ambìti dai ceti più abbienti, gli azzurri erano richiesti da un’ampia area sociale non necessariamente agiata. A partire dal Duecento il blu divenne colore ricercato ed apprezzato: la colorazione del manto della Vergine e di quello dei re ne sono testimonianza; il blu entrò in concorrenza con il rosso. Con l’avanzare del Medioevo la varietà dei colori s’incrementa e i tintori sono all’opera!

mercoledì 21 dicembre 2016

IL TELAIO


Con l’avanzare del Medioevo si può parlare già di “industria tessile” caratterizzata da varie fasi di lavorazione. Lo strumento/macchinario base per la produzione di panni era il telaio. Non si tratta di un’invenzione medievale: esso appare già nell’antico Egitto e si sa che nel corso dei secoli fu oggetto di varie modificazioni; vi erano telai sia verticali che orizzontali. Nell’ “industria tessile” medievale venivano usati per lo più telai orizzontali con aste manovrate a pedale; questi fanno la loro apparizione in Europa nel XIII secolo. Il pedale azionava i licci; che alzavano ed abbassavano i fili dell’ordito per far passare la navetta contenente il filo della trama avvolto nella spola. Contemporaneamente fu inventato l’orditoio e cioè quello strumento che manteneva in ordine i molti fili quando li si misurava prima di montarli sul telaio.

martedì 20 dicembre 2016

LE CORPORAZIONI


Le corporazioni sono un’invenzione socio-economico-professionale propria del Medioevo. Ci volle del tempo prima che si pervenisse a forme di “libere associazioni”. Esse si andarono svincolando dal potere politico e acquisirono una veste di tipo confraternale e di mutuo soccorso. Difatti prima del XIII secolo è difficile fare una distinzione tra corporazioni e confraternite, le corporazioni però accentuavano sempre più la loro vocazione economica eliminando forme di concorrenza, garantendo un prezzo di mercato. Com’era organizzata una corporazione? Al suo vertice c’erano i maestri che dettavano le direttive, la proteggevano da eventuali fughe di tecniche e conoscenze, redigevano gli statuti e tenevano rapporti coi lavoratori subalterni. Si diventava maestro solo dopo un lungo periodo di apprendistato: il discepolo lavorava e viveva insieme al maestro. L’apprendista pagava quest’ultimo che, in cambio di vitto e alloggio, aveva anche manodopera a costo zero. Dopo il periodo di apprendistato si doveva sostenere una prova finale, che consisteva in un capolavoro, cioè in un manufatto realizzato a regola d’arte. Con questa prassi si poteva entrare nella corporazione.

Gli statuti delle varie corporazioni regolamentavano l’accesso ad esse; le cariche più importanti; si dettavano le varie disposizioni per la convivenza tra i maestri; si stabilivano le giornate in cui era proibito lavorare; si “pronunciavano” esortazioni a esercitare il proprio mestiere con coscienza; si formulavano obblighi morali e religiosi per i vari membri. Quella dei mercanti, di solito, era ovunque la corporazione più potente. Nelle singole città-stato le Arti-corporazioni erano numerose e il tono della loro importanza lo definiva l’ordine, sempre rigorosamente stabilito, secondo cui esse dovevano sfilare nelle processioni laico-religiose cittadine.


lunedì 19 dicembre 2016

L’UNIVERSITÀ


Le università sono state una imponente invenzione del Medioevo. Le città si popolarono di studenti e di maestri (professori) trasformandosi in veri e propri centri di elaborazione e di scambi culturali. Lo strumento necessario per lo studio era il libro. Ogni studente aveva bisogno di avere sotto mano il testo che il maestro commentava dalla cattedra. Occorrevano, dunque, più esemplari di un medesimo libro! Dei testi utilizzati per l’insegnamento si facevano più copie nel modo seguente. Veniva creata una copia ufficiale, rivista ed approvata da una commissione di maestri, che era lasciata in fascicoli sciolti: le peciae. Fu un boom editoriale! Le peciae venivano consegnate ad una “folla” di copisti, miniatori, calligrafi e non solo di genere maschile! Così più persone copiavano il medesimo manoscritto ed i librai poi affittavano le peciae agli studenti: il “prodotto” si moltiplicava ed il costo si riduceva.

domenica 18 dicembre 2016

IL TIMONE E LA BUSSOLA


Nel Medioevo il trasporto terrestre era piuttosto lento pertanto si preferiva viaggiare sull’acqua. Per orientarsi nella navigazione esisteva la bussola. Ne parlano già il predicatore domenicano Giordano da Pisa, paragonando la fede all’ago calamitato in grado di far orientare i naviganti, e Dante Alighierinel Paradiso XII, 29.

Il termine bussola deriva da buxus (bosso) e da buxula (cassetta), in quanto si trattava di una piccola cassa di legno di bosso. Così la descrive Francesco da Buti (1324- 1406), commentatore della Commedia: «Anno li naviganti uno bussolo che nel mezzo è impernato una rotella di carta leggeri, la quale gira sul detto perno; e la detta rotella ha molte punte, et ad una di quelle che vi è dipinta una stella, è fitta una punta d’ago; la quale punta li naviganti quando vogliono vedere dove sia tramontana, imbriacano colla calamita».

L’invenzione della bussola costituì un grande progresso per l’affidabilità della navigazione. La tradizione vuole che sia stata inventata ad Amalfi, ma i cinesi ne parlano fin dal II secolo d.C. In Occidente la prima menzione scritta dell’esistenza di una bussola, si trova nell’opera De nominibus utensilium di un monaco inglese, Alexander Neckam (1157-1217) risalente al 1187. A quel tempo l’ago magnetico veniva usato solo in condizioni di cielo coperto, quando non si potevano utilizzare gli astri per orientarsi.

Nel XIII secolo un’altra invenzione rivoluzionò il modo di navigare: il timone girevole (detto “alla navarresca”), fissato alla poppa della nave con una solida cerniera in ferro e con la barra orizzontale incastrata alla testa del timone stesso. Prima, invece, si usava un’asta con pala assai lunga e sporgente anche al di sotto della chiglia, che si appoggiava sul fianco della nave nella parte poppiera ed era collegata con un sistema a leva allo scafo in modo da rendere più agevole le manovre: insomma una specie di remo a mo’ di timone, incapace però di resistere alle onde in caso di mare molto agitato.

sabato 17 dicembre 2016

LA STAFFA



Il cavallo nel Medioevo non fu solo lo splendido animale bardato proprio dei cavalieri, ma una forza motrice, tant’è che ancora oggi la potenza di una macchina si misura in “cavalli”. Nel corso dell’età medievale – dal Mille in poi – si trasformò il sistema di aggiogamento ideando il “collare da spalla”. Con questo collare rigido e imbottito, fissato intorno al petto e non più alla gola, il cavallo poteva trainare più agevolmente carichi pesanti (carri) e quindi anche l’aratro. Sebbene il ferro di cavallo fosse stato già inventato in epoca romana, pare non venisse molto utilizzato; nel Medioevo, invece, la pratica di ferrare animali come cavalli e buoi divenne usuale e si affermarono le specifiche professionalità di fabbri e maniscalchi. Prima che le armi da fuoco facessero la loro comparsa, un uomo armato di spada e di lancia, saldamente appoggiato sulle staffe, possedeva una forza d’urto travolgente, poiché con le staffe formava un tutt’uno con il suo cavallo. Sconosciuta ai Romani, come parrebbe, al tempo di Carlo Magno questa innovazione di origine orientale era ormai diffusa. Nell’avanzato Medioevo comparve la resta, una delle componenti aggiuntive della corazza toracica dell’armatura a piastre, espressamente designata a migliorare le prestazioni del cavaliere armato di lancia. Si trattava di un uncino metallico applicato sulla parte destra della piastra pettorale, cui andava appoggiato il “calcio” della lancia, onde mantenerla in equilibrio durante la carica ed evitarne lo scivolamento all’indietro quando colpiva il bersaglio. Utilizzando la resta e la staffa, che gli permetteva di non farsi sbalzare di sella, il cavaliere poteva caricare il nemico al galoppo e colpirlo con tutta la propria forza. Grazie a questa nuova tecnica, la cavalleria pesante divenne una fondamentale componente degli eserciti medievali. Del termine resta rimane traccia nella locuzione in italiano “partire con la lancia in resta”, ovvero affrontare un’impresa energicamente, con risolutezza.

L’OROLOGIO


Fin dalla più remota antichità l’uomo ha usato vari mezzi per misurare il tempo: meridiane e clessidre hanno svolto la loro parte. L’ideazione dell’orologio meccanico nel cuore del Medioevo (il Duecento) si deve ad un intrecciarsi di fattori socio-economici e mentali. È stato asserito che nell’Europa medievale andò affermandosi una mentalità che vedeva nella macchina la soluzione ai problemi posti dall’ambiente, la stessa che con i mulini permise l’applicazione e lo sfruttamento dell’energia idraulica ed eolica. Contrariamente a quanto molti ritengono, il Medioevo fu creativo ed inventivo anche sul piano della meccanica applicata ed è in questo contesto che s’inquadra l’invenzione dell’orologio. Esso nacque quando fu ideato il meccanismo conosciuto come “scappamento a verga con foliot”. Il marchingegno era così concepito: una ruota con un numero dispari di denti, che la trazione di un peso faceva muovere in senso rotatorio, batteva con uno dei suoi denti contro la paletta della verga imprimendo un movimento circolare al foliot fino a che il dente scivolava oltre la paletta lasciando la ruota libera di avanzare. A questo punto un dente dell’altro lato della ruota si trovava a battere contro la paletta ed il processo riprendeva nella direzione opposta. In tal modo il foliot andava avanti ed indietro, mentre i denti della ruota scivolavano oltre le palette uno alla volta. Era quella l’età in cui le città si stavano espandendo rapidamente e la nuova civiltà urbana si veniva affermando con un vigore senza precedenti. Muniti di meccanismi per suonare le ore, gli orologi battevano un tempo uguale per tutti e divennero un bene pubblico di cui, ad esempio, si dotarono nel corso del Trecento città come Padova, Genova, Bologna, Ferrara, Milano. Orvieto vanta il Maurizio (corruzione di ariologium de muriccio), istallato nel 1351 per scandire le ore di lavoro al tempo della fabbrica del Duomo. Il padovano Giovanni Dondi (1318-1389) realizzò un orologio planetario, l’Astrarium, con un meccanismo a scappamento e con bilanciere a ruota.
Gli orologi a molla fecero forse la loro apparizione nei primi decenni del Quattrocento: l’invenzione fu d’importanza decisiva perché rese possibile la costruzione di orologi trasportabili e, più tardi, dell’orologio da tasca.

venerdì 16 dicembre 2016

IL MULINO


Il mega-esempio di sfruttamento dell’energia idraulica è il mulino. Il termine “mulino” deriva da mola, cioè macina; nel Medioevo si usava anche il termine aquimolus = acqua + mola. A partire dal secolo IX, l’Europa conosce uno straordinario sviluppo, per numero e qualità, di un tipo di fabbrica che gli storici della tecnica sono soliti rubricare sotto il nome di mulino. Non si tratta, tuttavia, solo del luogo in cui, secondo il significato corrente del termine, si trasformano i cereali: il mulino medievale ospita una vasta gamma di attività industriali che va dalla lavorazione della lana e della carta alla produzione della birra, dalla concia delle pelli alla frantumazione delle olive, fino al settore metallurgico, nel quale dominano la lavorazione del ferro e la produzione della ghisa. Mulini per fare tutto!

Cuore di ogni mulino medievale e autentico centro propulsore di esso, è la ruota idraulica il cui movimento rotatorio, generato da un flusso d’acqua, fornisce l’energia necessaria alle diverse fasi di lavorazione. Anche nel mondo antico esistevano mulini ad acqua, ma il loro impiego era limitato data la presenza di mano d’opera a buon mercato costituita da servi e schiavi. Il maggiore salto di qualità nello sviluppo delle applicazioni meccaniche legate all’energia idraulica si ha, tuttavia, con l’introduzione della camma nel sistema di trasmissione del movimento, ciò che consente la trasformazione del moto rotatorio della ruota idraulica in un moto lineare. 

Che cos’è la camma? Si tratta di una protuberanza rigida disposta su di un asse rotante che, ad ogni rotazione, impegna una protuberanza corrispondente collocata su di un albero che può muoversi solo secondo il proprio asse. A ogni contatto fra le due camme l’albero viene prima sollevato e poi lasciato cadere. La camma nell’Europa medievale conosce una grandissima fortuna e gioca un ruolo determinante nello sviluppo dell’industria e dell’economia in genere. Basti pensare che oggi qualsiasi automobile è dotata di un albero a camme.

I NOTAI


L’importanza acquisita e raggiunta dai notai nel Medioevo si manifesta anche nella produzione documentaria. Tra il XII e il XIII secolo si assiste, infatti, alla nascita dell’instrumentum, che può essere considerato a buona ragione “il manifesto del potere notarile”. L’instrumentum è un documento che aveva validità nei confronti di terzi. Esso conteneva ovviamente i nomi degli “attori” e l’oggetto dell’atto, ma per ottenere validità giuridica doveva essere redatto secondo determinate formalità e dotato della sottoscrizione del solo notaio. A differenza della charta altomedievale, nell’instrumentum non era necessario che i testimoni presenti all’atto apponessero le firme autografe in calce al documento, perché l’unico certificatore dell’autenticità dell’atto è il notaio, cui è ormai universalmente riconosciuta la publica fides. La fiducia nei notai è tanta e tale che essi erano chiamati a certificare non solo i negozi giuridici quotidiani e “materiali”, ma anche quelli straordinari e “soprannaturali”, come i miracoli operati da Dio attraverso i suoi santi.

GLI OSPEDALI


Gli ospedali sono un’invenzione istituzionale a sfondo religioso-caritativo-assistenziale propria del Medioevo. L’ospedale nel Medioevo «accoglieva, donava, curava». Si trattava di enti di ricovero e ospitalità, di luoghi di distribuzione elemosiniera, di centri di cura medica. Attenzione, però! L’ospedale odierno è un ente specificamente preposto alla cura dei malati e, in alcuni casi, alla ricerca scientifica. In età medievale i tanti vari ospedali ed ospedaletti svolgevano molteplici funzioni, senza una specializzazione precisa; solo nel caso di malattie più contagiose furono create istituzioni ad esse dedicate, come lebbrosari e lazzaretti. In generale, dunque, gli ospedali erano istituti polifunzionali che accoglievano pellegrini, viaggiatori/viandanti, malati, orfani, bambini abbandonati, anziani, vedove e poveri, questi ultimi intesi nel senso che il termine pauper assunse nei “secoli di mezzo”, ovvero di individuo bisognoso di aiuto e di protezione. Essi offrirono la possibilità agli uomini e alle donne dell’epoca di assolvere esigenze spirituali e di esperire il religioso. I fratres, le sorores, i conversi, gli oblati, e tutte quelle altre figure che nel loro insieme formarono comunità ospedaliere più o meno grandi, si collocano infatti sotto l’ambigua denominazione di laici religiosi, coniata nel XIII secolo da Enrico da Susa, cardinale Hostiensis, per indicare quegli uomini e quelle donne che vissero la propria vocazione cristiana senza abbandonare lo status laicale, consacrandosi a Dio senza necessariamente abbracciare una regola. La fondazione di ospedali riguardò tanto le élites aristocratiche – dalla nobiltà ai patriziati – quanto i ceti produttivi e popolari. Accanto ai singoli, si distinsero quali promotori e sostenitori di fondazioni ospedaliere anche le associazioni, come le confraternite, le corporazioni, e le istituzioni laiche e soprattutto ecclesiastiche. Gli ospedali potevano essere piccoli, quindi una specie di domus con poche stanze, ma potevano raggiungere anche vaste ed articolate dimensioni come il celeberrimo Ospedale di S. Maria della Scala a Siena, I grandi ospedali erano dotati di vaste proprietà da cui potevano trarre i proventi per la vita dell’ospedale stesso. Alcuni ospedali si preoccupavano anche della presenza di medici qualificati.

domenica 4 dicembre 2016

LE ARMI


Quando si pensa alle armi usate nel Medioevo s’impone l’immagine dei cavalieri con tanto di corazza, lancia e spada oppure, ad esempio, di una folla di arcieri e balestrieri. La cavalleria è uno dei fenomeni che è divenuto identitario del Medioevo, ma attenzione! Il bel film di Ermanno Olmi – Il mestiere delle armi (2001) – nel raccontare le vicende di Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), ed in particolare la sua morte dovuta ad un colpo di artiglieria, coglie la transizione tra modi ben diversi di combattere. Siamo ormai all’inizio dell’Età Moderna e le armi da fuoco si stanno affermando. Fu una progressiva rivoluzione di tecniche e strategie con una ricaduta sulla mentalità, sui valori dell’età medievale: il mondo della cavalleria declina; non occorre più il cavaliere nobile e coraggioso in grado di maneggiare lancia e spada, di cavalcare con tutta la sua armatura uno splendido cavallo da guerra. Archibugi e cannoni ebbero nel tempo la meglio, anche se erano difficili da utilizzare. A monte delle armi da fuoco si colloca la polvere da sparo, un miscuglio di carbone, salnitro e zolfo, la cui invenzione si perde nella notte dei tempi e non si può fare il nome preciso del suo inventore, se mai ve ne sia stato uno unico! Nota in aree orientali ed islamiche, con l’andare del tempo approdò a quelle occidentali e già nel Duecento e soprattutto nel Trecento e Quattrocento divenne d’uso sempre più comune.