domenica 4 dicembre 2016

L’ARATRO

La terra nel Medioevo era la base della ricchezza. Uomini e donne, cioè tutto il mondo dei cosiddetti contadini, lavorarono duramente nei campi. L’aratura era uno dei lavori più impegnativi e lo strumento-base per procedere ad essa era (ed è) l’aratro. Questo è un attrezzo usato fin dai tempi antichi per smuovere il terreno e prepararlo per la semina o per successive lavorazioni. Esso non è un’invenzione medievale, ma certamente questa età apportò mutamenti, cambiamenti, miglioramenti tali da farne uno degli strumenti su cui è ricaduta una forte capacità d’innovazione. In epoca alto-medievale l’aratro comunemente utilizzato era il cosiddetto “aratro semplice” a vomere simmetrico di legno temperato (solo di rado rivestito in ferro), che non affondava profondamente nel terremo, ma scalfiva solo superficialmente le zolle. Dall’XI secolo aveva però cominciato a diffondersi, a partire dal Nord della Francia, un innovativo tipo di aratro: “l’aratro pesante”. A differenza del precedente, questo era a vomere asimmetrico, dotato di versoio e di avantreno mobile su ruote. Per utilizzarlo era necessario che fosse trainato da buoi o talvolta da cavalli. Questo tipo d’aratro si diffuse rapidamente e contribuì allo sviluppo demografico-economico di quel tempo. Possedere o meno un aratro costituiva la differenza tra un contadino povero e uno ricco. Il suo utilizzo consentì la crescita del valore delle bestie da traino e determinò una serie di invenzioni per facilitare il compito dell’animale: tali furono il giogo frontale per i buoi e il collare da spalla per i cavalli. Per lunghi millenni l’aratro è stato un attrezzo interamente di legno; l’introduzione del vomere con la punta fendente in ferro fu già una grande innovazione; il vomere dissimmetrico con l’aggiunta del versoio: un vero progresso!

EFFETTI SALUTARI DEL VINO


Nel 1992 gli scienziati francesi S. Renaud e M. de Lorgeril notarono che l’incidenza delle malattie cardiovascolari in Francia risultava notevolmente più bassa che in Inghilterra e negli Stati Uniti, pur constatando che i francesi erano anch’essi dei forti consumatori di grassi (paradosso francese). Dopo approfonditi studi i due ricercatori si convinsero che questo fenomeno fosse da attribuire al fatto che i francesi erano abituali consumatori di vino rosso. Questa intuizione aprì la strada ad una serie di interessanti scoperte. Cerchiamo di sintetizzarle. I polifenoli contenuti nel vino esercitano un’attività antiossidante, rafforzata da un’azione antiradicalica (contro i radicali liberi) svolta dagli antociani presenti in modo particolare nei vini rossi. L’attività antiossidante è diretta ad impedire l’ossidazione del LDL (colesterolo “cattivo”) responsabile dell’accumulo di depositi sulle pareti delle arterie e conseguente restringimento dei vasi sanguigni. In questa direzione si stanno moltiplicando gli studi dei ricercatori, dai quali si evince che un moderato consumo di vino rosso (un bicchiere per ognuno dei pasti principali) svolga un’azione antiossidante, anti-infiammatoria, anti-microbica, anticancerogena, antiaggregante piastrinica, con conseguente riduzione delle malattie e dei rischi cardiovascolari.

IL CALENDARIO DELL’AVVENTO


Il Calendario dell'Avvento, come dice la parola stessa, scandisce il passare dei giorni dall'inizio del tempo d’Avvento fino al giorno del Natale, cioè della nascita del Messia. La parola Avvento deriva dal latino “adventus” e significa "venuta", quindi è il periodo che precede la venuta di Gesù Bambino e, nel quale il cristiano si prepara alla festa sacra e solenne. La Chiesa si tinge di viola, il colore liturgico del Tempo corrente. La storia del Calendario d'Avvento è piuttosto recente. Il primo Calendario, interamente fatto in casa, di cui si ha traccia risale al 1851. La tradizione sembra abbia avuto inizio nel mondo protestante, nel XIX secolo. Nelle famiglie venivano appesi 24 disegni, in modo che i bambini potessero, ogni giorno, cancellarne uno; oppure venivano messi nel presepe 24 fili di paglia, uno per ogni sera, fino alla Notte Santa. Altre forme rudimentali di Calendario erano gli orologi del Natale. E, nel 1902, ad Amburgo, la libreria evangelica pubblica il primo Calendario stampato, che raffigura un orologio natalizio per bambini. Oggi, la tradizione, si è estesa un po’ ovunque, perdendo il suo originale senso liturgico. Dove vi sono bambini (e non) può essere gioioso svegliarsi la mattina e, prima di andare a scuola, aprire la finestra per trovare la sorpresa: i personaggi del presepe, un paesaggio dove è vissuto Gesù, gli angioletti, un pensiero, una preghierina, una storiella, ogni cosa che li porti per mano alla Notte in cui un Bambino è venuto a illuminare le nostre strade.

ORME SULLA SABBIA


Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma. Proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: «Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti difficili?». E lui mi ha risposto: «Figlio, tu lo sai che ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c’è soltanto un’orma nella sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio».

Novella tratta da Internet.

AVERE LA TESTA TRA LE NUVOLE.


L’umidità atmosferica, con il diminuire della temperatura, si addensa attorno a particelle solide di polveri in sospensione nell’atmosfera, formando le nubi. Vi sono nubi alte, medie, basse… Questo fenomeno dipende dalla temperatura e dalla quantità di vapore acqueo contenuto nell’atmosfera. L’aria che sale incontra temperature sempre più basse, l’umidità si condensa e si formano le nubi ad un’altezza proporzionale a queste due varianti: temperatura più bassa e più carica di umidità, nubi più basse; temperature più alte e tasso di umidità inferiore, nubi più alte.

CONOSCO PIÙ D’UN GATTO CH’È DISPOSTO A VENDE ER FUMO PE’ MAGNA’ L’ARROSTO


Un altro aforisma popolare dell’antica Roma dice: “Cauda de vulpe testatur” (la coda rivela la volpe), nel senso che un imbroglio si scopre da solo. Eppure, nonostante le ripetute vicende di furbacchioni che sono stati sorpresi con le dita nella marmellata, il mercato dei “fischi per fiaschi” e delle “lucciole per lanterne” continua a prosperare. È proprio vero che “la madre dei semplicioni non finisce mai di rimanere incinta”. Si racconta che Niels Böhr (1885 - 1962), fisico danese e premio Nobel nel 1922, tenesse dietro alla porta di una sua casa in campagna un ferro di cavallo. Ad un amico che gli chiedeva se anche lui credesse nella storia dei ferri di cavallo che porterebbero fortuna, rispose: “Naturalmente no!… Ma mi hanno detto che la portano anche a coloro che non ci credono”. Paul Valéry sostiene che “l’ingegno può convivere con le superstizioni più grossolane”, e Edmund Burke aggiunge: “La superstizione è la religione degli spiriti deboli”. È proprio questo che dà la carica a quei “bricconi furbacchiotti e scaltri, di campar senza danno a spese d’altri”. “La confidenza è saggia, la credulità è sciocca”, ricordava il nostro Cesare Cantù. E se è incontestabilmente vero che “ognuno è artefice della propria sorte”, è altrettanto evidente che non è da persone intelligenti “sfuggire al fumo saltando sui carboni”.

L’ASCETA DEL CIELO


Sebbene tutti gli uccelli sapessero che il passero solitario canta soltanto a primavera, non lo sapeva però il pettirosso, il quale scende al sud soltanto per la stagione invernale, allorché pur con la neve squittisce e s’aggrazia a gorgheggiare per un raggio di sole.

Quel melanconico collega, che dal campanile spiava in silenzio la desolata campagna, gli faceva perciò compassione. Non sapendo che pensarne, gli si accostò per confortarlo e gli chiese perché non cantasse. “Canto anch’io”, rispose il solitario. Ma il pettirosso gli fece notare che non l’aveva mai udito cantare. “Eppure canto lo stesso”, rispose l’altro, “e se non mi senti, è perché io mi riascolto in silenzio tutto quel che ho cantato a voce spiegata durante i giorni della primavera”.

“Non ti capisco”, osservò candidamente il pettirosso, “ma questa è la prima volta che sento una cosa bella anche senza riuscire a spiegarmela”. E rimase pensieroso per un momento. Poi ridiscese fra gli arbusti della campagna, accompagnato da un mistero che quanto meno lo capiva tanto più gli appariva attraente.

Certi sentimenti sono belli anche senza indagarli; ma esposti, perdono la loro attrattiva.

Pietro Luzi