sabato 9 luglio 2016

LE CICALE... LE FORMICHE... IO NONNA... E ALTRI ANIMALINI dall'ultimo libro sugli animali di Dana Carmignani

nella foto una cicala mimetizzata su un tronco


Accanto al barattolo del “mio serpente”, sulla libreria, ne ho un altro di barattoli, con delle “pupe “, che non sono bamboline, come il termine potrebbe far credere... sono delle cicale, o meglio, sono gli involucri dai quali questi animaletti escono, lasciandoli, quando hanno finito il loro ciclo di crescita.
Quelle che sentiamo cantare d'estate sugli alberi, son le stesse che dopo mutazioni che durano anche diversi anni, sono arrivate fin lì.
La cicala adulta depone le uova in tronchi, o nel fogliame secco, da quelle si sviluppano delle larve, che appena escono si interrano. Lì, le piccole larve vivono e crescono nutrendosi della linfa delle radici, in un periodo che può variare dai due ai quattro anni... ce ne sono di specie che arrivano a sette e oltre, ma non le nostre. Le nostre, dopo esser cresciute e trasformate col tempo, rimanendo sempre sotto terra, fanno la loro ultima trasformazione, da larve in pupe o ninfe, ed escono fuori.
Le pupe sono una via di mezzo fra la larva e la cicala. Son chiare, trasparenti, con zampette e ali non definite, dentro quest'ultimo involucro è pronta la cicala come la vediamo noi e, alla fine della trasformazione,il dorso si apre, si spacca proprio, si forma un taglio, una croce, dal quale il nuovo insetto, ancora bagnato, ma pronto in tutte le sue parti, esce.
Rimane attaccato al tronco per qualche ora per asciugarsi e prendere il suo colore più scuro definitivo, poi la sua vita da cicala ha inizio.
Sui tronchi, sulle foglie, in giro, rimangono questi involucri crociati della vecchia pupa. Non ho mai visto l'uscita proprio dell'animaletto, ma ho trovato tanti di quei gusci... e la loro cicala appena uscita lì vicino.
D'estate quando le sento cantare, è il maschio che lo fa per attirare le femmine, non mi danno nessun fastidio, anzi mi fanno piacere.
Penso a quanto hanno tribolato prima per arrivare ad essere ciò che sono, e tutto per quanto? Quindici giorni, un mese da cicale, il tempo di trovarsi maschi e femmine, accoppiarsi, far nascere le uova e poi morire, perchè tanto poco dura il loro tempo.
Ciò mi fa riflettere sulla nostra vita, su quanto ci affanniamo senza fermarsi mai a pensare che abbiamo molto e che dovremmo prendere esempio più dagli animali, anche i più piccoli, i più umili, e ringraziare per ciò che siamo, invece di biasimare noi stessi, per ciò che non possiamo essere o non possiamo raggiungere.
Meno male ho questo carattere, che mi permette di grogiolarmi al sole, ascoltando i versi di queste piccole creature e pensare ad un concerto improvvisato apposta per me, invece che esserne infastidita.
Quest'anno, oltre naturalmente ai grilli e alle cicale, sul prato potevo osservare anche il darsi da fare di una miriade di formiche, che in un formicaio a piramide si indaffaravano con ogni tempo.
Falciando l'erba ce l'avevo trovato e ce l'avevo lasciato dicendomi... “ … se hanno lavorato tanto per farlo perchè devo toglierlelo... che noia mi dà...” infatti poi con la falciatrice giravo intorno al loro covo per benino facendo attenzione a non rovinarlo.
La gente poi mi prende in giro, perchè anche con le formiche, cerco di conviverci... per esempio, se mi danno fastidio le sposto... metto del sale dove voglio che non vadano, e dello zucchero dove le voglio traslocare...
Diventano matte! Lasciano tutto quello che stanno facendo e corrono verso quella materia dolce caricandosene come muli e trascinando il tutto, il più delle volte, nel nuovo luogo.
Povere piccole creature, quante volte le ho osservate caricarsi anche dei piccoli, delle larve, se sentono un pericolo è la prima cosa che fanno , sistemarle da un'altra parte.
Ero così anche da piccina.
La mi' nonna con me era disperata. Portavo a casa di tutto: grilli, ragni, bruchi, girini...giusto li osservavo, poi li lasciavo andare, ma per nonna era terribile trovarsi i barattoli coi ragni o coi girini, sul camino, fra quelli dello zucchero e del sale....faceva certi salti a volte pora donna!
Ormai era rassegnata a quella nipote stramba e non mi osteggiava più di tanto, anzi spesso si adattava alle mie stramberie, ma quando una notte si dovette alzare coi capelli ritti, per scarcerare un povero grillo che segregato in una scatola coi buchi, continuava a frinire, mi proibì di portare più insetti in casa.
Il grillo fu riposizionato nel prato, come pure i ragni, i girini che navigavano in vetro, ritornarono all'acqua del rio, io mi limitai ai gatti. A quelli nonna non si opponeva..
Non era amante come me. Quella che adorava gli animali ero io. Nonna era molto terrena, non faceva mai del male a nessuno di loro, ma la passionaria ero io. Voglio dire che la mia passione deve essere stata mia fin da subito, ce l'avevo dentro già da piccola, nonna in questo senso non mi ha insegnato nulla, anzi in questo senso son io che ho insegnato a lei.
Non poteva credere che il mio micio mi seguisse e che chiacchierasse con me, che venisse appena lo chiamavo alla sera, per lei era una cosa strana.
Lei i gatti, i cani, tutti quelli che si erano susseguiti in casa, li aveva trattati bene, ma da animali diceva spesso a me, quando mi vedeva patire per qualche bestiola o preoccuparmi se Giorgio non arrivava.
Invece Giorgio (il mio gatto personale) si era adattato subito a quella vita campagnola, ma col letto caldo e i cuscini del salotto. A volte lo trovavo già sotto le coperte la sera, accanto allo scaldaletto col caldano che se la dormiva beato aspettandomi.
Nonna brontolava “ Nel letto un ce lo voglio quel sudicione...”ma poi si tranquillizzava e quando ero ammalata, me lo andava addirittura a cercare e me lo portava su lei stessa, questo insegnandomi, che opinioni diverse possono convivere, e le persone adattarsi le une alle altre con l'amore e il buonsenso.
Perchè era così fra me e nonna, un battibecco continuo per far valere ognuna le proprie ragioni, e quanto ho lottato con lei per me mie! Ma quanto ho riso anche .
Nonna era di un'ironia che pelava! E capiva! Era importante, con lei non avevi scampo, non faceva nulla che non fosse retta da una sostanziale verità e cresceva, non rimaneva sulle sue posizioni, se tu eri in grado di farle vedere le tue e portarle avanti.
Quando aveva verificato che le realtà dell'altro erano sorrette da vere emozioni e non da capricci, le accettava, ti accettava fino in fondo, e, per quanto poteva cambiava anche lei.
Siamo cresciute insieme io e nonna, pur se c'erano settant'anni di differenza.
Lei non capiva fino in fondo le mie sensibilità, ma le rispettava e soprattutto le amava e così ha insegnato anche a me che si può fare, si può essere diversi e volersi bene.

mercoledì 6 luglio 2016

IN CUCINA NON TUTTI SANNO CHE… LIMONE



Il limone è tra gli agrumi più usati. È originario dell’India Settentrionale da dove si è diffuso in tutte le regioni con clima temperato. Sembra che in Italia fece la sua comparsa intorno al IX e X secolo, con le invasioni arabe. La pianta può produrre frutti fino a tre volte all’anno. La prima, in Ottobre, porta a maturazione i frutti detti “primo fiore”; la seconda, in Marzo, produce limoni di minor pregio detti “bianchetti”; infine la terza, in Giugno e Luglio, dà frutti dalla buccia verdognola chiamati “verdelli”. Il limone è migliore dell’aceto per condire pesci, crostacei e verdure dal sapore delicato. L’alto contenuto di vitamina C conferisce al limone proprietà antiossidanti, svolgendo un’importante azione contro i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare.


LAMPADINE


Spolverare periodicamente le lampadine contribuisce a rendere più efficiente la loro luminosità. Queste vanno manipolate solo da fredde e con la corrente staccata. Per pulirle usate un panno umido, e asciugatele con la carta; così eviterete che rimangano delle fibre di tessuto sul vetro. Se sono sporche di grasso (ad esempio quelle della cucina) pulitele con alcool. Le lampadine saranno degli ottimi deodoranti per ambienti se le spruzzerete a freddo con del profumo. Ogni volta che le accenderete esso si farà sentire per effetto del calore. Cercate di utilizzare lampade a basso consumo. Potrete sceglierne a luce calda (più gialla e adatta ad ambienti dove passate ore rilassanti) ed a luce fredda (più bianca e adatta ad ambienti dove si lavora).

AMICIZIA



Se siete amici, avete la certezza della reciproca presenza, anche se non vi vedete da tempo. Non ci sono giochi di potere né scopi utilitaristici: solo il desiderio reciproco che le cose vadano bene. Non c’è sfruttamento, ma disponibilità. Non c’è invidia, ma solidarietà, sempre. Non c’è gerarchia. Non c’è tradimento, mai. Se a un amico scappa una frase cattiva o se ci tradisce in qualche modo, l’amicizia è finita. Ciò che si può accettare nell’amore, non lo si accetta nell’amicizia. Amicizia è un bene prezioso da coltivare, un sentimento quieto, sereno, limpido, stabile, di fiducia e confidenza, privo di timore. Può nascere condividendo esperienze importanti e/o prolungate, come i tempi di scuola, le guerre, i ricoveri in ospedale. Le esperienze comuni possono sostituire anche le affinità psicologiche e aiutare a non dare importanza a differenze culturali o caratteriali. Può nascere anche per affinità, interessi, ideali comuni. Le amicizie si mettono alla prova nei momenti importanti, sia di successo sia di difficoltà, in cui, anche se non se ne ha la voglia, il senso di responsabilità spinge ad essere concretamente vicini. Come ogni sentimento infatti anche l’amicizia diventa talora senso del dovere. Riconosciamo l’amicizia dai fatti; la vita la mette alla prova. Pochissimi sono gli amici e per averne bisogna saper essere tali. E occorre saper distinguere l’amicizia dalle conoscenze, che sono e possono essere tante e che costituiscono il tessuto sociale: ma non la tranquillità del cuore. Amicizia viene dal latino amicitia, derivato da amicus, a sua volta collegato con amare.


domenica 3 luglio 2016

UN MAGICO GIORNO A TUTTI ...



Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. 

Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. 

Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. 

Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. 

Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. 

Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. 

Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! 

Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. 

Ho telefonato solo per ascoltare una voce. 

Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. 

Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e ... 

... ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)... ma sono sopravvissuto! 

E vivo ancora! 

E la vita, non mi stanca ... e anche tu non dovrai stancartene. 

Vivi! 

È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! 

La Vita è troppo bella per essere insignificante! 

(C. Chaplin)


Dove si collocano gli esseri umani all'interno di questa ampia gamma di varietà e diversità?


Molti, basandosi sulla tecnologia e sulle armi, ritengono che gli uomini siano i padroni del mondo. Ma se togliamo le armi, i mirini telescopici, le automobili a quattro ruote motrici e l’idea di essere i dominatori, l’umanità crolla miseramente in fondo alla scala in termini di forza e di velocità. Non abbiamo né artigli, né zanne, l’unico animale che superiamo in velocità è la tartaruga, il senso della vista e dell’odorato è poco sviluppato e se dovessimo contare solo sulle nostre armi naturali saremmo i perdenti contro qualunque creatura più grande di una borsetta.

(Joseph M. Marshall, Brulé Lakota)

LA BATTITURA NOTTURNA E LA PRIMA ALBA di Dana Carmignani



Il periodo fra giugno e luglio in campagna, oltre a significare sole ed estate che incalzavano, voleva dire lavori grossi e faticosi. Voleva dire fieno e soprattutto grano da sistemare che avrebbe determinato poi la qualità dell'annata.
Era il grano il lavoro più grosso e più gradito ai contadini, perchè avrebbe significato pane per tutti più era abbondante il raccolto, e la trebbiatura diventava una festa in tutte le aie dove avveniva.
La macchina che batte, un marchingegno infernale e mostruoso che ingoiava i mannini e li riduceva in chicchi, non si fermava mai e, almeno da noi, funzionava in continuazione e lavorava giorno e notte, insieme a orde di battitori che la seguivano per tutto il periodo.
Io adoravo quel momento quando toccava a noi.. gli accordi erano presi qualche giorno prima dal capo macchina che veniva a stabilire col contadino giorno e ora preciso di battitura, sicchè sapevi quando ti toccava e tutto era in trepidazione.
Avevo assistito alla battitura da quando ero piccola, e sempre mi aveva affascinato. Un trattore faceva andare un cinghione, che attaccato alla macchina piazzata, la faceva partire insieme ad un rumore assordante e incalzante. Io vedevo un mostro che ingoiava quei mannini di grano e li stritolava fra i denti ributtando lo scarto in un'altra macchina che con un enorme martello, martellava appunto in presse di paglia, che venivano fuori da dietro legate come salsicce da fili di ferro, e debitamente affettate e accatastate. 
Fin da bambina quindi ero abituata a quel momento, all'affaccendarsi delle donne, all'arrivo di vicini che aiutavano, alle tavole imbandite fuori sotto la pergola, piene di ogni ben di Dio, alla frenesia che oltre alla fatica, si disegnava su ogni volto.
Quello che però mi mancava era la notte, non avevo mai assistito ad una battitura notturna. Forse perchè noi eravamo i primi di un casolare ci toccava sempre o prima, appunto , o dopo gli altri, sicchè ne avevo visto di battiture ad ogni ora, ma mai avevo vissuto quella sensazione ad ora tarda..
Avevo sentito in lontananza i rumori dell'avvenimento, si capiva dove succedeva dalle luci che squarciavano il cielo, e mi immaginavo un affaccendarsi che la notte col suo buiore accentuava in ombre furtive e lampade portate in mano per far luce dove non c'era... doveva essere bellissimo, per me doveva essere ancora più magico dello stesso momento vissuto di giorno.
Quando accadde, quando un anno ci toccò quell'esperienza, ero già grande. 
Grande, sedici anni, ma tanto bastava perchè fossi diventata di moda... ero cresciuta dentro i vestiti senza accorgermi.. e mi ritrovavo a sfoderare gambe inopportune, che spuntavano da quello che erano diventate minigonne, davanti ai battitori, che allungavano il collo come tacchini quando mi vedevano girottolare per l'aia con l'aria ancora di una bambina.
Ero cambiata io, ma l'allegria che mi invadeva e la frenesia era quella antica di ogni volta, di ogni anno passato e finalmente poi avrei assistito a quell'esperienza di notte, perchè la macchina arrivò, quell'anno, tardissimo .. quindi non sera, ma proprio notte fonda..
Tutto era in fermento come al solito. Tutte le luci possibili erano accese... il trattore oltre al cinghione azionava anche un faro che puntato in alto faceva pensare addirittura alla guerra. Intorno alla macchina tutta, come su un albero di Natale lampade e lampade a gas attaccate ad ogni gancio possibile. E una luce più grossa alle bocchette dove usciva il grano. Gli uomini eran piazzati come di giorno. Gli usci delle case aperte. Le massaie andavano e venivano ritmate anche loro dal movimento della macchina stessa, che ti dava l'agire, a secondo di come andava e alla velocità che andava.
“ Chiedi se vogliono qualcosa - mi diceva nonna- dinni di venì dentro che è tutto qui..”
Mi rivolgevo ad uomini neri come carbone, stravolti dalla stanchezza, coi fazzoletti legati al collo..
“ No- signorina- mi rispondevano .. non se ne pole più di mangiare..magari un po' di caffè e latte..”
Ecco, mi pareva quella la differenza dalle volte antiche. Erano cambiati i tempi, persino i battitori non mangiavano più come prima, pensavo.
Nonna fece delle grandi macchinette di caffè e, di quella battitura, oltre alla magica atmosfera notturna, che ai miei occhi faceva apparire tutto ovattato e fuori tempo reale, ricordo quel profumo, quello del caffè e latte che i battitori bevevano seduti chi in casa, chi fuori buttati su cigli delle fosse, dove io glielo porgevo.. “ Grazie signorina.. lei gli è bella sa..!” 
Più che della mia bellezza io ero consapevole della bellezza che mi circondava. Quello si mi pareva la vera bellezza. La notte vissuta come il giorno, in ogni sua sfumatura di cielo. Il silenzio squarciato dagli urli assordanti e dalle luci forti, che perdeva ogni sua voce interiore in una continuità di lavoro che affaticava e assonnava.
E infatti non tenevo più gli occhi aperti, quando improvvisamente tutto cessò. I battitori cominciarono ad andarsene portandosi dietro quel grosso marchingegno che quando finiva il suo momento di cigno, ed era trascinato via, sembrava un'anatra goffa e impacciata che se ne va cigolando.
Restava sull'aia un polverone, oltre i sacchi di grano in casa, e la stanchezza nelle ossa, anche a me che di molto non avevo fatto.. “ Vuoi un po' di latte anche te bimba..” - mi disse zio Checchere. 
Nonna ad un certo punto si era arresa ed era andata a dormire, ma io no, io volevo restare fino all'ultimo lumicino e godermi ogni attimo fino in fondo, ed avevo aspettato con zio, nella casina in pietra, la fine di tutto... con la mia scodella di caffellatte fumante mi misi seduta sull'uscio e allora mi accorsi.. un'altro spettacolo si offriva ai miei occhi proprio davanti a me, il sole sorgeva in mezzo agli alberi davanti in fondo al rio.
C'era stato un momento di malinconia. 
Quando la macchina se n'era andata, se n'era andata anche la notte. La luce prendeva il sopravvento. Le ombre, le magie, tornavano muri e alberi e fronde visibili abituali, e perdevano il fascino del mistero che avevano avuto, ma, appena vidi spuntare i primi raggi di sole capii che tutto torna, che tutto serve e forse che la notte funziona per meglio vedere la luce e viceversa.
Accucciata sul gradino, con la mia tazza in mano, mi persi in quell'emozione.
Un sole rosso come il fuoco venne su dalle fronde e una luce accecante spazzò via le malinconie e anche la stanchezza mi parve.. non volevo nemmeno dormire, volevo andare avanti e avanti e avanti, non mi volevo perdere niente di quel momento di vita.
Ne ho vissuta tanta di vita poi, e ho vissuto notti e giorni pieni e ricchi, malinconici e non, e tante volte ho aspettato la fine della notte, per ritrovare un' alba sempre sentita. Ho aspettato in riva al mare il sorgere del sole. O in città dopo nottate insonni, mi son goduta spettacoli di un levarsi di un sole cittadino che hanno un loro fascino particolare. Ho visto albeggiare cieli in giro per il mondo, in posti sconosciuti, affascinanti e diversissimi fra loro, ma mai, mai ho riprovato l'emozione di quel vecchio momento, se non quando son tornata qui, nella stessa casa che mi ha visto bambina, qui dove l'alba ce l'ho ogni giorno davanti l'uscio, e solo mi basta alzarmi presto per godermela, come se fosse per me sempre quella di allora.. la prima volta dell'alba. 
Forse capisco ora anche il perchè di quel fascino, l'alba c'è sempre, e influisce sempre su di noi .. ma quello che negli anni ho visto è che inutile star lì apposta, per rincorrerla. Era quello che mi era piaciuto in realtà, che arrivò e mi sorprese. E mi sorprese non nel dolce far niente, ma dopo il lavoro, forse si è quello, dopo aver lavorato non c'è dono più immenso e più grande di un nuovo giorno che sorge.