domenica 10 aprile 2016

Come si viaggiava nel Settecento?


Nel settecento il "turismo", come lo conosciamo oggi, non esisteva. Viaggiare era pericoloso, i ladri erano sempre presenti nelle strade. Inoltre, le carrozze si rompevano facilmente per il cattivo stato delle strade. Per i viaggi all'estero c'era un ulteriore problema: la lingua. Pochissimi sapevano una lingua straniera. I viaggi erano lenti e lunghi, in una settimana si riuscivano a fare forse 500-600 chilometri, e solo i più ricchi avevano i soldi per fare un viaggio così lungo.

Ma qualcuno viaggiava: nel medioevo c'erano i commercianti che lo facevano per necessità. Poi i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l'indulgenza. E infine gli scrittori, i pittori e architetti che volevano imparare presso maestri stranieri o cercavano ispirazioni artistiche. Dürer per esempio andò in Italia e in Olanda per imparare. Il ricco banchiere Fugger mandò suo figlio a Venezia, affinché potesse conoscere il sistema bancario italiano. Il piccolo Mozart fu portato in giro per l'Europa (anche per l'Italia) per farsi conoscere. Dall'altra parte, architetti e pittori italiani andarono in Germania, perché lì l'arte italiana era richiesta e c'erano buone possibilità di guadagnare. I viaggi erano dunque quasi sempre per motivi di lavoro o di studio.

Tra il XVIII e il XIX secolo un viaggio nel bel paese diventò una tappa quasi obbligatoria nell'educazione dei giovani delle ricche famiglie inglesi, francesi e tedeschi, per completare l'istruzione tradizionale da parte degli insegnanti privati. Nel Settecento c'erano già alcuni, pochi, "luoghi di riposo" dove i ricchi andarono per divertimento, un viaggio restava comunque sempre un'impresa notevole, costosa e non senza pericoli. Il 95% della gente non lasciava praticamente mai la città dove viveva e lavorava.
"Goethe nella campagna romana", quadro di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1786)

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