E' tutta colpa della Giovanna!!!! E' lei che mi tira fuori le storie vecchie.
Il BUCATO
Il BUCATO
Il bucato (la bugada) era un lavoro che teneva occupate tutte le donne della famiglia come pure delle aiutanti.
Occorre distinguere tra bucato settimanale e bucato periodico dei panni bianchi, in particolare quelli del letto e quelli usati per la pulizia della persona. Questa era la vera “bugada” che ci accingiamo a descrivere.
Per farla si usavano il sapone e la cenere. Il sapone si produceva in casa. Tutte le materie grasse non commestibili derivanti dal maiale oppure dal latte delle vacche che avevano appena partorito, inadatto alla caseificazione, si fondevano nel paiolo e si saponificavano con la soda caustica. Si lasciava raffreddare e solidificare il tutto e lo si tagliava a pezzi che venivano posti, separati l’uno dall’altro in bell’ordine su un’asse di legno in granaio perché essiccassero. Il sapone doveva durare a lungo e per questo era importante che seccando diventasse molto duro perché avrebbe reso molto di più. Anche la cenere era un prodotto di recupero, ma non doveva contenere particelle di carbone e doveva essere fine ed impalpabile: solo così si otteneva il miglior effetto detergente. Il segreto di un tale tipo di cenere stava nel “cuocerla” dopo che si era formata nel camino, perciò la sera, dopo aver cucinato, si coprivano le braci rimaste con la cenere che si era prodotta. L’esperienza insegnava che certa legna da ardere produceva cenere migliore di altra, perciò le massaie prestavano molta attenzione nel tener separata la buona da quella scadente. Anche la cenere degli scaldini che durante la notte era mantenuta calda dalle braci era conservata. Le famiglie erano numerose e la biancheria da lavare si accumulava perché nei mesi freddi non c’era la possibilità di far asciugare le spesse lenzuola di filo e quindi si attendeva la primavera, ma anche d’estate si doveva attendere che i lavori dei campi dessero un po’ di tregua, poiché non si potevano sottrarre braccia ai lavori urgenti. Il giorno del bucato, di prima mattina si mettevano in azione tutte le fornaci disponibili, trasportabili e non. Queste ultime erano costruite in muratura, in forma tonda ed aperte alla sommità; da qui si introduceva il paiolo, poi riempito d’acqua con secchi calati nel pozzo. Sulle pareti della muratura circolare erano lasciate due aperture: una permetteva di infilare sotto il paiolo le fascine e quant’altro si poteva bruciare per riscaldare l’acqua, mentre l’altra, opposta serviva da tiraggio. Normalmente si costruivano al limitare di un portico per ripararsi dalle eventuali intemperie o si addossavano a muri perimetrali per ripararle dalle folate di vento nelle cattive giornate. Esse non servivano solo per fare il bucato, ma per tutte quelle operazioni di riscaldamento e cottura che erano necessarie per l’organizzazione aziendale. A breve distanza si sistemava su un apposito treppiede il grosso mastello a doghe di legno che si aveva in dotazione per fare il bucato e che già da qualche giorno era stato costantemente bagnato perché il legno si gonfiasse e non ci fossero perdite. Fin dall’inizio i bambini erano tenuti severamente a distanza per il pericolo del fuoco e dell’acqua bollente. Cominciava la fase dell’ammollo che era preceduta dalla bagnatura dei panni e dalla loro insaponatura, “as meteva a moi i pagn”. I panni così trattati si sistemavano nel mastello da bucato ben aperti e sovrapposti una sull’altro. Una volta riempito opportunamente, si procedeva a coprirlo fin sulle pareti con un telo spesso ed a trama molto fitta, “al culador” (il colatoio). Nell’ acqua del paiolo arrivata alla bollitura si versava la cenere e con secchi e destrezza, in perfetta sintonia, si cominciava a versare, “trar su”, la liscivia ottenuta nel mastello, il colatoio impediva che la cenere finisse sui panni e lasciava filtrare il liquido detergente. Il bucato rimaneva in ammollo e caldo fino al giorno dopo. La mattina successiva si toglieva il tappo del mastello e si lasciava colare la lisciva in un mastello più piccolo sottostante. Ogni capo di biancheria era preso e insaponato e sbattuto sullo scanno (panca di legno) da due donne che ne tenevano i capi. Molta energia era messa in questa operazione e da una corte all’altra risuonavano colpi secchi e ritmati come fosse una gara di bravura. Si eseguiva un nuovo “trar su” seguendo la stessa procedura. La “liscia” dell’ultima volta non era buttata, ma si conservava per fare più bucati settimanali, ciò permetteva di risparmiare sapone e liscivia. Si era arrivati quindi alla definitiva “sransadura” (il risciacquo) che si faceva ancora al fosso o nei vari maceri disseminati nella campagna. Se la giornata era soleggiata e ventosa, subito si stendevano perché asciugassero, altrimenti, si lasciavano disposti sullo scanno nell’attesa che arrivasse il bel tempo. Chi era vicino al Po, usava le acque di quest’ultimo per l’ammollo ed il risciacquo, ed inoltre gli argini, sopraelevati, erano un luogo molto adatto per distendervi i panni. Si conficcavano robusti pali nel terreno e su di essi si tendeva una grossa corda di canapa “la soga da pagn” che avrebbe sostenuto le numerose lenzuola da asciugare. Poiché le famiglie comprendevano più spose, ognuna con il proprio corredo, era necessario che la biancheria fosse contrassegnata per non creare confusione al momento di ripiegare e riporre il bucato. Il bucato, di solito occupava tre giorni completi e tutte le donne della famiglia, spesso coadiuvate da vicine o parenti vi partecipavano. I bucati di fine inverno o primaverili erano anche deputati al lavaggio delle matasse di filo filato durante l’inverno e della tela tessuta. Il lavaggio del filo prima della tessitura era una pratica obbligata, le fibre di canapa erano ancora molto scure ed inoltre non bisogna dimenticare che le fibre, prima della ritorcitura operata dal roteare del fuso su se stesso, erano mantenute addossate le una alle altre a forza di saliva.
Il bucato a Po o nei canali di bonifica diventava luogo di conversazione e di scambio d’informazioni. Pertanto, quando di un particolare fatto o avvenimento se ne chiedeva la fonte o la provenienza, la tipica frase era: “ i l’a dit cli doni a Po… a la fossa” (l’hanno detto le donne a Po … o alla fossa). Era la fonte dei racconti orali!

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