Adesso me ne rendo conto, ma quando se ne lamentava mio padre, davvero non lo capivo. “Non ne ho voglia”: credo che sia una delle frasi più odiose per un genitore, insieme forse a “non è stata colpa mia”, “è lui/lei…” e “aspetta”. Specialmente se chi la pronuncia è sdraiato/a sul divano davanti alla TV da ore. “Non ho voglia” di mettere in ordine la mia stanza, di sistemare i libri di scuola, di dare una mano, ma nemmeno di uscire a fare una passeggiata, di leggere un libro, di giocare con il fratellino. Basta, chi non ha voglia ha deciso di rinunciare, ha messo in soffitta la testa, l’energia, la creatività. È bloccato e non sa nemmeno di esserlo. Non ha desideri, è svuotato come un sacco nero. “Non ho voglia” è la frase di chi ha smesso di essere curioso e non gli interessa più nulla e, forse, più nessuno. Si chiama accidia ed è un vizio capitale, roba seria. E se te lo dice tuo figlio quindicenne ti preoccupa ancora di più. La loro dovrebbe essere la stagione del “voglio”, presente indicativo. Cioè concretezza e azione. Mentre la voglia è un capriccetto, un desiderio piuttosto inutile, un’emozione passeggera. Studio se ne ho voglia, aiuto in casa se mi va, metto in ordine se mi gira (e quando mai?). Decido io, quando, appunto, ne avrò voglia. Ma i piatti restano da lavare, i compiti da fare, la stanza da sistemare. Eravamo così anche noi? Certamente, il senso del dovere non è precisamente innato, cresce con un costante allenamento che inizia da bambini, quando si impara ad assolvere piccole incombenze, che poi diventano automatismi e non ci si pensa più.
R. Florio

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